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lunedì, 22 giugno 2009
L'urlo



"Una ragazza di sedici anni, con i jeans e le scarpe da ginnastica sotto un discreto velo. Era bellissima. Suo padre, cercando di tamponare il sangue grida: "Neda, svegliati!" "Neda, non ti preoccupare! Non ti preoccupare!", e basta. Senza invocare Allah e consegnarla a chissà quali mani divine. Voleva trattenere la figlia, lì, in quel posto, con lui. Dove - forse - stavano manifestando fianco a fianco per la libertà. O forse stavano assistendo al risveglio del cuore del loro paese. Ed ecco il colpo al cuore, diretto, improvviso.

E' un immagine fortissima, con dentro più o meno tutto.

Il resto sono cazzate, squallide contabilità. C'è un Iran giovane e dinamico che non è con Moussavi, né con la Cia, ma semplicemente si è rotto i coglioni del medioevo. Lo vediamo da anni, lo leggiamo su Internet, lo intercettiamo nelle università, nei fumetti, nel cinema, nei modi di vestirsi delle ragazze, nella musica. Il volto di Neda, sedici anni. Gli occhi che si voltano a destra, cercando qualcosa di ultimo. Forse, sì, il padre. E poi tutto trabocca, si sgretola, evapora.

Per paradosso arriva da oriente il vessillo della dignità femminile, col suo sangue, la sua tridimensionalità. Noi che ci vantavamo di avere la fate, mentre nutrivamo i draghi. Noi che stiamo appiattendo tutto, nella plastica, nella volgarità dei rapporti di forza, raccogliamo dall'asfalto di Teheran una piccola icona velata. In pochi secondi di agonia, suo malgrado, è contenuto il germe della laicità, del progresso, del nuovo Islam. Che in questi giorni sta levando la sua prima voce, sta mostrando al mondo i suoi primi martiri.

Non vogliono il funerale pubblico, perchè hanno capito quanta gente sta urlando disperata insieme a quel padre: "NEDA!" "NEDA!" "NEDA!"

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mercoledì, 16 luglio 2008
Oklahoma

    
Ho sempre pensato che la dietrologia fosse la scienza più esatta della terra.
    Marte.
    Leggo una serie di notizie intriganti.
Prima, te ne infilavano una a settimana. Ora anche di più. Su Marte si possono coltivare pomodori, su Marte gli asparagi attecchiscono bene. Oggi, è stata trovata l'acqua.
È evidente che stanno preparando l'opinione pubblica.
Tra poco venderanno i primi lotti.
Ci sarà un bando, una gara e la grande corsa, come i pionieri dell'Oklahoma nell'Ottocento. Il primo che arriva, si ritaglia un ettaro. In Oklahoma, molti portano il cognome "Ontime" o "Toolate". A seconda di come finì la competizione. Arrivati in tempo, o troppo tardi. I "Toolate", chiaramente sono i più poveri e sfigati. Nella corsa contro il tempo, mi prenoto il mio lotto. Sul campanello ci sarà scritto "Jacopo Ontime Calza".

    Poi ho letto della furbata. Geniale. Verranno prese le impronte digitali
di tutti i cittadini italiani, sulla carta di identità. Ma la carta di identità non è obbligatoria fino al compimento dei quattordici anni. Vien da sé che i bimbi rom sono esclusi dal provvedimento. Capito il gioco? Schedano tutti, tranne loro, così verranno identificati subito. Chi non avrà segnate le impronte digitali sarà automaticamente un bimbo rom. Partirà la campagna "Subito le impronte  ai bimbi rom!", per renderli uguali a tutti gli altri e non discriminarli. Una volta prese le digitali ai bimbi rom, ritireranno il primo provvedimento, così saremmo tornati alla prima casella. Tutti i bimbi rom saranno schedati.

Per fortuna, ieri, ho intravisto la notizia più esaltante. Una macchina ha battuto a poker un uomo. Bluffando.

Ancora un po' di pazienza e questo delirio umano finirà.



Bill Anton, "Storm’s Advance"
Boris Artzybasheff, "Cybernetics"


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lunedì, 09 giugno 2008
Panni sporchi


Ieri, al tiggì, ho visto le immagini di un agguato della 'Ndrangheta.
Sul lungomare di una località che non ricordo, ricordo che c'erano sedie di plastica, sul marciapiede. I sicari arrivano in moto, nell'ora di punta, in mezzo alle gente, colpiscono un pregiudicato. Non riescono ad ammazzarlo, lo feriscono soltanto, e uno dei due perde la pistola per la strada. Due ragazzotti imbranati, sicuramente. Non ho potuto fare a meno di pensare a Marco e Ciro, detto "piselli".
Dopo questo film si pensa in modo diverso a tante cose. Ai solarium, ai matrimoni, a Venezia, alle tigri di ceramica, ai vestiti delle star di Hollywood, alla monnezza, alle pesche, alle ruspe, ai ciccioni in infradito e bermuda sulla spiaggia.

"Gomorra", il capolavoro che sognavo da tempo.
Come il libro, inaugura un genere. Non saprei come definirlo. Fiction-docu (anziché il contrario), neo-neo-realismo, italianoir. Qualsiasi etichetta, forse, starebbe stretta. Una cosa è certa, si tratta di una di quelle pellicole che cambiano l'immaginario. Dopo averlo visto, i vari Scorsese, Kitano,
Coppola, diventavo vecchi d'un colpo, evaporano come pigri vampiri al sole. Pigri perchè hanno saputo succhiare dalla mafia criminale solo la patina esteriore, resa poi estetizzante, messa al servizio del cinema. Anche il neo-verismo brasiliano, stile "Central do Brasil", piega la realtà a un senso della messinscena che qui non esiste. Qui è il cinema che si mette al servizio della realtà. In toto. Mi viene in mente solo un capolavoro precedente che si avvicina per tanti aspetti: "La battaglia di Algeri" di Gillo Pontecorvo.
"Gomorra" succhia il midollo, e arriva al cuore. Anzi, al fegato.
Non giudica, non riflette, osserva. La telecamera a mano sembra calarsi dove la realtà non è filtrata, non è filtrabile. Col tempo manco ci si accorge più del filmato. Si è lì, tra le vele di Scampia. Dove tutto è un continuo trasloco, ma l'unico trasloco vero è quello dello Stato, delle istituzioni. Inesistenti in qualsiasi forma.
L'unico divieto rispettato è quello dei portantini, che impediscono agli sgherri di seguire la bara in obitorio. L'unica croce svetta sul letto di un malato terminale, che si vende i terreni per infilarci rifiuti tossici.

Una guerra. Con le trincee,  gli ordini, gli insubordinati, i graduati, le truppe, i civili, le incursioni, le ritorsioni. Gli spari improvvisi, da fuori campo, da destra, da sinistra, mai coreografati. Come quei filmati dall'Iraq, dove anche la telecamera resta sorpresa dall'irruzione improvvisa della violenza. Una logica ferrea e bestiale governa e conduce i fatti. Occhio a danzare per strada, siete come i ragazzi di Gaza. Qualcuno arriverà a punirvi. La necessità dell'autorganizzazione, la fine tragica dell'autorganizzazione. Tutti si fanno capire, ma nessuno sa parlare. Le parole vengono ripetute, i concetti sono basilari. Come i riti di iniziazione. Stai con me, stai contro di me. Come in ogni guerra, la prima causa, o la prima vittima, è la cultura. Fosse anche quella delle antiche sartorie. L'abisso drammatico è proprio quello.
Gliel'ho sentito dire anche ieri notte al vecchio Arnoldo Foa. "Viviamo in un tempo perso, senza cultura".

Questo film squarcia un velo. Sdogana un mondo. Rompe con fragore l'ingranaggio di Lucignolo, di Vespa, di Mentana, degli addormentatori sociali.
Qualcuno, infatti, l'ha criticato. Gasparri, qualche peones, Afef. Ecco, sì, Afef ha criticato il film. Non fornisce una bella immagine internazionale dell'Italia, dice. I panni sporchi vanno lavati in casa. Io li laverei in casa di Afef. La strapperei dalle vele dei suoi yacht e la calerei nelle vele di Scampia. Afef che critica Gomorra mi induce pensieri demagocici e malsani. Roba che entra nella struttura del capitalismo, nelle logiche di mercato, arriva a Telecom, alle svendite, agli accordi, ai carrozzoni di stato, ai furbetti, alla fine della cultura. E poi, giù a cascata, torna a Scampia. Afef è in grado di farmi fare 'sti viaggi.

Peppino Impastato definiva la mafia "una montagna di merda". La camorra scava, e le montagne le seppelisce. Poi nascono strane pesche.

Ecco sì, alla fine gli offirei una bella pesca alla signora Tronchetti-Provera.
Prima lavandola, s'intende.

Bansky, "Carwreck"
"Waterlilies"
"CCTV"




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giovedì, 20 dicembre 2007
Osce no

Sirena d'allarme da un test Osce, i ragazzi delle medie non sanno perchè arriva la notte. Casciuolo, il mio edicolante neoplatonico, dice di stare tranquilli. Per lui, i "uaglioncelli" la sanno più lunga di quanto sembra. Si sono rifiutati di rispondere alla domanda secca. Il perché del giorno e della notte  è roba complessa, con riposte molteplici. Dal punto di vista scientifico, la notte arriva perchè la Terra ruota sul proprio asse? E cosa fa ruotare la Terra? Bisogna capire se il Sistema Solare ruota a sua volta. Intorno a cosa. E se ogni "mozione" è azionata da "motori" in movimento, qual è il primo motore immobile? Esiste l'immobilità? Il perché della notte apre poi domande filosofiche. Il tempo è la misura del movimento, secondo un prima e un poi. Davvero la notte è l'assenza del giorno? E perché esiste un perché? Poi i "uaglioncelli" si sono dimostrati impreparati sul concetto di "tasso di cambio" da una valuta all'altra. Anche qui, Casciuolo li difende. Si sono posti domande complesse, di macroeconomia. Perchè una moneta vale più dell'altra? Qual è il valore base a cui si riferisce un pezzo di carta? E se non si vede neanche il pezzo di carta ma solo una cifra, un titolo, un'equazione, chi mi garantisce che una cosa valga più di un'altra, se non un trucco del tutto virtuale?

Mentre discutevamo, sul portatile di Casciuolo è arrivata la notizia della rivolta dei Sioux. Abbiamo brindato con un vermentino d'annata.

HANTA-YO

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giovedì, 12 aprile 2007
Tralfamadoriano

Arrivai a Genova l'anno della morte di Fabrizio De Andrè. Il Comune lo mise in filodiffusione. Che emozione camminare per Via del Campo, e poi  lungo quel serpente di odori, sapori e umanità che finisce in Via Prè, con la musica nelle orecchie.
Non so se avete in casa un libro di Vonnegut, spero di sì. Altrimenti, oggi è un buon giorno per comprarlo. Se ne avete, pescate a caso. Aprite e leggete ad alta voce
una pagina. Magari l'ultima, che non c’è il problema di chi è l’assassino o altre sorprese rovinate. Semplicemente, lui sapeva come scrivere un finale. E anche un incipit. E anche quello che ci stava in mezzo. Diciamo che il finale è una buona eco di tutto il resto.
Io l'ho fatto subito, appena saputo. Mi è venuto in mano “Un Pezzo da Galera”.

    "Mia nuora e i miei nipoti trovarono naturale e facile, a quanto pareva, accordarmi gli onori dovuti a un nonno che, in fin dei conti, era un caro e gentile e azzimato vecchietto. Agli occhi di quei bambini io ero una specie di Babbo Natale.
    Mio figlio fu un trauma. Aveva un aspetto dimesso e malsano e infelice. Era basso come me, e quasi altrettanto grasso quanto la sua povera madre negli ultimi tempi. Io avevo ancora quasi tutti i capelli in testa, lui invece era calvo. Doveva aver ereditato tale calvizie dai progenitori materni, ebrei.
    Fumava a catena sigarette senza filtro. Tossiva un bel po’. Aveva il vestito crivellato da bruciacchiature. Lo guardai, mentre si ascoltava il disco, e vidi che era tanto nervoso che aveva tre sigarette accese contemporaneamente.
    Mi aveva stretto la mano con la desolata correttezza di un generale tedesco che si arrende, mettiamo, a Stalingrado. Ero ancora un mostro per lui. Era stato indotto a venire nonostante non ne avesse voglia da sua moglie e da Sarah.
    Peccato.

    Il disco non cambiò niente. I bambini, rimasti alzati oltre l’ora solita, ciondolavano dal sonno.

    Quel disco intendeva rendermi onore: far sapere, a chi già non lo sapesse, che razza di giovane idealista ero stato. La parte in cui, accidentalmente, tradivo Leland Clewes, denunciandolo come ex comunista, non c’era. Forse era sull’altro lato, che non ascoltammo.
    Soltanto le mie ultime parole mi sembravano molto interessanti. Le avevo dimenticate.
    Il deputato Nixon mi aveva chiesto come mai uno come me figlio di immigranti che erano stati ben accolti in America, uno che era stato trattato come un figlio e mandato all’Università di Harvard da un capitalista americano si fosse poi mostrato tanto ingrato verso il sistema economico degli Stati Uniti.
    La risposta che gli diedi non fu tanto originale. Niente, in me, è mai stato originale. Gli ripetei quello che il mio idolo di un tempo, Kenneth Whistler, aveva detto in risposta a un'analoga domanda, tanto, tanto tempo prima. Whistler era testimone a un processo contro degli scioperanti accusati di violenze. Il giudice, incuriosito sul suo conto, gli chiese a un certo punto come mai un uomo come lui, istruito, di buona famiglia, si fosse aggregato alla classe operaia.
    La mia risposta (rubata) a Nixon fu la seguente: “Per via del Sermone della montagna, signore”.
    Ci fu un lieve, gentile battimano quando i presenti alla festa si accorsero che il disco era finito.
    Addio, addio.”





Ad alta voce, mi raccomando.






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lunedì, 23 ottobre 2006
Test(a) d'autore

… Invece di aggirarsi pel Palazzo del Cinema a farsi réclame stava nascosta in un ristorante di Venezia ed ora faceva un bel test, cominciando dal vecchio signore, "per tentare di capirci". "È un test americano, attenzione perché è anche  un test molto bello: poetico. Va proprio bene per lei, professore. Dunque: c'è un bosco e lei deve entrarci. Come lo vede, professore?" [1, risposta di Ungaretti]
"E va bene, in questo bosco c'è un sentiero. Lei vi s'incammina?".
[2, risposta di Ungaretti]. "A un certo punto il sentiero è sbarrato da ostacoli. Lei li rimuove?". [3, risposta di Ungaretti]
"Dopo gli ostacoli appare un orso. Lei cosa fa?".
[4, risposta di Ungaretti]

"Poi trova una chiave. Com'è?". [5, risposta di Ungaretti] "Poi un recipiente abbandonato. Com'è?" [6, risposta di Ungaretti] "Poi dell'acqua. Com'è?" [7, risposta di Ungaretti] "Poi una casa con le finestra chiuse, sbarrate e una porta aperta. Che fa?" [8, ultima risposta di Ungaretti].


Tratto da un reportage di Oriana Fallaci su Anna Magnani, L'Europeo, 1962.
Anna Magnani, Stresa (VB), 1943 © Foto di F. Patellani


Chi si cimenterà a rispondere al posto di Ungaretti riceverà come premio finale proprio le risposte del poeta, e la spiegazione del test da parte della Magnani.

Per specchiarsi ad alti livelli, no?






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giovedì, 24 agosto 2006
Due lucidi profeti

Quello che riporto qui sotto è stupefacente. La trascrizione (non sempre perfetta) di un dialogo tra due immensi protagonisti del pensiero contemporaneo, avvenuto quindici anni fa in televisione.


Stampatevelo, contestualizzatelo, leggetevelo, rifletteteci. Vi prego, fate questa fatica, ne vale la pena. Perdete tempo, per guadagnarne.
Dal mio punto di vista, in Ripensare la Politica c'è dentro tutto.


In qualche misura anche il servizio che ho intercettato su una satellitare, un paio di settimane fa. La manifestazione al Billionaire, la rivolta dei vip contro la tassa sul lusso di Soru. Con Simona Ventura che esce dalla limousine, in lustrini e pailettes e sentenzia: "Se c'è da lottare per una giusta causa, io ci sono!"

Per prepararmi all'autunno più intenso della mia vita, riprendo il concetto di Holderlin: "Là dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva".

Bentornati.





in apertura: Bo Bartlett, "Destin"



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venerdì, 19 maggio 2006
Cantalamessa

Vespa, quando vuole, il suo mestiere lo fa bene.
Ieri si parlava del "Codice da Vinci" di Dan Brown.
Problemi, interpretazione, boicottaggio.
Non l'ho letto, non per snobismo ma perchè proprio la materia non mi attira. Neanche Philippe Daverio
, ieri ospite in studio, è andato oltre pagina ventinove. Dan Brown descrive Parigi e i suoi profumi di ortensie, che in realtà si trovano a Nizza. E poi volitivi tenenti di polizia, mentre la gendarmerie parigina è più ricca di ispettori, semmai.
Insomma, da appassionato dei canoni del giallo, che chiedono rigore, Daverio ha desistito. A naso, io manco mi cimento. Interessantissima anche la discussione commercial-teologica. Perchè questo successo? Perché 50 milioni di copie vendute in tutto il mondo? A quali domande questo romanzo è riuscito a rispondere?
Anche qui, il grande Daverio ha esposto alla grande. Nell'Ottocento c'era fame di scienza e nacque anche la fanta-scienza. Oggi c'è grande fame di misticismo e va per la maggiore il para-misticismo.
Poi il tema dell'antipapismo protestante anglossassone. La dietrologia con la quale da sempre si giudica l'Opus Dei. Maria Maddalena e la sessualità di Gesù (indagata anche da Scorsese ne "L'ultima tentazione di Cristo"). Il dogma  del suprematismo maschile, il ruolo della donna. I templari. I testi apocrifi, il rito dell'eucarestia. Come comunicare Gesù oggi.
Tra gli altri ospiti, il fraticello Cantalamessa spiega di come gran parte delle fonti di Dan Brown sono false. Ma Giorello gli replica che anche gran parte delle fonti ecclesiastiche ufficiali sono un po' taroccate.
Avete letto il Codice?
Intanto leggo che hanno scoperto il linguaggio delle scimmie e che Moggi aveva i soldi in Vaticano.
Insomma, dietrologia no. Ma un bel ultras-club "Leonardo da Vinci", vogliamo farlo?

Quel sano gusto ironico di smontare il dogma.


































Mona Lisa di Botero
                 e di Salvador Dalì 


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mercoledì, 09 novembre 2005
Ci vuole fiuto...


"La condizione migliore per osservare è quella di essere cammuffato; è la ragione per cui abito in una casa così, che non ha nessuna storia. Sono una mano che disegna e basta.




Queste sono le diverse vite. A è la nascita e B è la fine (indicando la prima a sinistra). La vita ideale sarebbe procedere col tiralinee, una linea perfetta tra A e B ; ma è evidente che ciò non può accadere. Prendiamo questa linea (indicando la seconda, in senso antiorario): può succedere, è verosimile, ma sarebbe la biografia di un infante che muore subito dopo la nascita, qualcosa che non è proprio una vita.
    Quest'altra (indicando la terza) è la vita, come posso dire, di una persona della religione, di una persona burocratica.
    Questo è un labirinto, la vita di una persona tormentata e confusa. (scegliete voi quale indica)
    Questa è di un avaro, di una persona misera. (scegliete voi quale indica)

Ma quello che volevo spiegare - spiegare è una parola detestabile che io uso malvolentieri, ciascuno perciò potrà dare la propria interpretazione - è l'esistenza dell'artista, (indicando la penultima a destra, quella con la B grossa) l'esistenza poetica che comincia sì da A, ma comincia a rovescio, andando a ritroso e annusando le altre vite (seguite con la mente il percorso della sua matita che traccia la linea) entra dentro tutte le vite per la curiosità di capirle, di impersonarle; qui entra e non solo annusa questa vita ma la interpreta anche e percorrendola ne fa una mimica, una imitazione: esce, passa, torna a guardare per un po' quest'altra vita, poi va avanti; visita questa che forse è una vita isterica, probabilmente di una persona pazza, fa un piccolo labirinto elegante, esce da questa vita e procede con una visione perfetta della sua fine che è alla grande B; torna indietro, fa un altro ghirigoro, che è come un rimpianto, per poi rassegnarsi ad andare avanti in modo forte fino alla fine. Allora io ne deduco che la lunga giovinezza dell'artista è un po' quella di passare attraverso le vite altrui, di farsi una vita che contiene l'originalità di aver vissuto e superato quelle degli altri. E dunque si fa così una vita ancora più personale, certamente più ricca."


Saul Steinberg a Sergio Zavoli, 1967


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martedì, 27 settembre 2005
Niente di ciò che è umano mi è estraneo


Bonn, Berlino, Parigi, Londra... L'Europa in subbuglio. Con questa Prussia d'acciaio al centro, l'Inghilterra delle nuove macchine e la Francia delle idee liberali. Se le girarono tutte, seguendo il fiuto rivoluzionario, inseguiti da gendarmi armati e schiumanti rabbia censoria. Chiacchierate infinite in stanze buie e clandestine, litigate dense di fumo. Sapore di carta, idee. Olezzo di stanze in disordine, sedie con tre gambe. Il 'Moro' sempre al verde, in balìa della sua furibonda vita. La bàlia, peraltro, resta misteriosamente incinta proprio mentre la moglie è fuori città a battere cassa. Il Generale sempre a disposizione. Pronto ad abbandonare le sue amate donnine francesi per accorrere in aiuto dell'irsuto amico. In lui aveva riconosciuto l'impronta del genio. C'era un mondo da cambiare a spallate e gettate d'inchiostro.
Forse avevano torto su tante cose, tranne che su una. Avevano ragione.
Il motto del Moro era: 'Nihil humani a me alieno puto'.
Parto così.

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