Stanotte, in tivù.
Durante una manifestazione della destra americana, uno ha sollevato un poster con la scritta "Obama Care" e la falce e martello al posto della "C". Poi c'era un'immagine di Obama rappresentato come selvaggio, seminudo tra piume e banane e una serie di scritte in slang da savana, compreso un Bi(n)g Bang che mi è parso un richiamo al celebre "Bingo Bongo" con annessa critica al razionalismo evoluzionista e al Big Bang.
Un semiologo potrebbe studiare a lungo quel manifesto e ciò che rappresenta.
Disgustato, mi sono ritirato nella mia seduta preferita. Ho aperto un libro a caso: "Tutti i racconti western" di Elmore Leonard (Einaudi-stile libero) e mi sono letto l'ultimo, sempre casualmente. Giuro. S'intitola "Il ritorno dell'eroe".
Bo Catlett, uomo di colore reduce dalla guerra Ispano-americana a Cuba, arriva ferito in un paesello del sud per incontrarsi con il capitano Early, eroe di guerra per meriti acquisiti durante la conquista di una collina. Mentre Catlett aspetta, i cow boys lo bistrattano. Nessuno crede che un negro possa aver combattuto per il Paese. Al massimo quelli potevano badare al bestiame, o uccidere animali selvaggi con una lancia. Un cow-boy più ubriaco e razzista degli altri lo sfida a duello. Catlett recupera lucidità e orgoglio e accetta, però l'arma la deve scegliere lui. Sfodera una sciabola che attesta la sua presenza in battaglia lasciando tutti brasati.
Alla fine arriva il capitano Early, abbraccia Bo e si riprende la sua spada. In verità lui era stato stato ferito alle chiappe bianche, furono le chiappe nere di Catlett a conquistare quella collina al posto suo.
Dialogo finale tra il soldato e il capitano, eroe suo malgrado:
- Me la dice una cosa? A cosa serviva, questa guerra?
- Perché abbiamo combattuto gli spagnoli, intendi?
- Già, me lo dica.
- Per liberare dall'opressione la gente di Cuba. Sollevarla dalla dominazione spagnola.
- Ah, proprio come pensavo io.
- E sei andato in guerra senza sapere il perché?
- Più o meno lo sapevo, - disse Catlett. - E' solo che non ero sicuro.
***
Quel manifesto, questo racconto. Un chiaro esempio di sincronicità junghiana, che volevo condividere.
Perché a me mette i brividi.


L'anziana Harriet Brewster viene trovata uccisa nel proprio appartamento. Non era facoltosa, non aveva nemici... chi avrebbe voluto vederla morta? Tutti gli indizi puntano verso Bigger, il ragazzo ex-tossicodipendente con trascorsi da rapinatore e malvivente che si prendeva cura della donna. In fuga, braccato dalla polizia, costretto a nascondersi, Bigger sembra confermare le tesi che lo dipingono come feroce omicida! Ma Julia non è convinta e inizia a indagare nel burrascoso passato del giovane...
Finalmente.
È fatta, è ufficiale, siamo in dirittura d'arrivo.
Se penso che questo blog era nato per interfacciarsi a quella annunciata prima uscita, poi naufragata per motivi illogici.
Mi viene la lacrimuccia.
Da allora è passata tanta acqua sotto i ponti, qualche ponte è finito sott'acqua, si sono alternati tre governi, decine e decine di post, discussioni, idee, prospettive, decine di storie di Julia, una nascita con relativa gioia, un grave lutto con relativa angoscia. Poi altri due anni, gioie, dolori e, incrociando le dita, una seconda futura nascita.
Insomma, mettere al mondo un romanzo, per un ometto, è un travaglio più lungo (non certo più duro) di quello che spetta alla femminuccia.
Il prossimo anno, mi attende il parto di almeno tre creature. La più emozionante e attesa spetterà a mia moglie Marina, e sarà fatta di carne ed ossa. Di un'altra creatura, cartacea, vi parlerò in seguito. Ora lascio spazio al "mio" primogenito cartaceo, il più sofferto. Quello che non dimenticherò mai.
Ho scoperto che muoversi nel mondo editoriale riserva elementi di tragedia e di commedia insieme.
Ora, finalmente, "La commedia è finita".
Lo trovate in libreria da Gennaio (verso la fine, credo), con copertina ed illustrazioni interne del bravissimo Roberto Zaghi!
Ci tengo a tornare alle origini di questo blog, ascoltando il vostro parere sul libro. Ovviamente, tra qualche settimana vi anticiperò qui un capitolo intero…
A risentirci!
(intanto, godetevi il trailer)





Ciao, Julietta.
Qui si parla pochissimo di te. Ho sempre avuto pudore, sei donna riservata,caratterialmente così diversa da me. Ti esponi solo lo stretto necessario.
Questo, è uno di quei momenti per cui vale la pena, direi.
Domani, sono dieci anni che ci conosciamo. Ti sei affacciata alla ribalta del nostro paese esattamente il primo ottobre del 1998. Ci ha presentato Giancarlo Berardi, l'artefice del tuo avvento.
Da allora è cambiato il mondo, e le nostre vite.
La mia, sicuramente. Tutti i santi giorni, ore e ore insieme a questa misteriosa femmina, a trasformarmi in lei. I suoi mal di testa, la Morgan 4x4 del 1967, quella grande casa, le avventure, la città immaginaria e così reale. I criminali, l'università. Leo, Webb, Irving. Quel che resta della sua famiglia. Vestire abiti femminili. Insomma, calarsi nella testa di una donna del nostro tempo. Con i suoi problemi, i suoi spazi, le sue gioie, i suoi travagli.
Un'esperienza che non auguro al mio peggiore nem… No, cosa, dico.
È un privilegio per pochi, un transfert salutare, che auguro al mio miglior amico.
Che forse se proprio tu.
A proposito, in questo numero di ottobre che ho avuto il privilegio di scrivere, appaiono altri vecchi amici, della mia città natale. Qualche piacentino si riconoscerà e conserverà il nostro piccolo segreto. Gli esclusi non si sentano esclusi, ci sarà occasione. Ho voluto giocare con i miei ricordi, come fai spesso tu.
Non te l'ho mai detto: grazie, piccola.
Alla faccia del maschilismo, è bellissimo farsi mantenere da una donna!

L'altra convention, quella che antepone la paura alla speranza, ha mostrato il volto della superuoma Sarah Palin.
Scelta con abile colpo di genio, la donna-uomo repubblicana è in grado di produrre vita (antiabortista fanatica, cinque figli tra cui uno down sventolato come un pupazzo davanti alle telecamere) tanto quanto è in grado di toglierla (armata fino ai denti, cacciatrice provetta, fan della pena di morte e della guerra totale, finale, risolutiva).
Un equilibrio biblico, salomonico, con sotto il dramma. Degno del Vecchio
Testamento, format che tira alla grande.
Resterà agli annali la frase : "La guerra in Iraq è stava voluta da Dio".
Il vecchio torturato in Vietnam, la guerriera oltranzista…
Dai telefilm liberal, placidi, innovativi, garbati e ben fatti, passiamo al grande blockbuster d'azione.
Spaccone, smaccato, così simpatico ai rednecks, alla pancia grassa, bianchiccia e impaurita di un paese che ha regalato al mondo un decennnio orrido.
Ahi, ahi, purtroppo il format "Rambo-con-la-Bibbia" funziona. Se potessi, partirei a dare una mano. C'è solo una speranza: i giovani. Non hanno mai votato, laggiù. Dai tempi di Kennedy non sono mai stati determinanti.
Sì, partiamo è una guerra di Spagna virtuale, con in gioco una posta oggettiva, pratica e simbolica. Non arrendiamoci ai sondaggi e a chi dice che in fondo son tutti uguali e quello che succede là conta poco. Conta quasi tutto, purtroppo. Chi può, li bombardi di stimoli e buon senso. Chiamiamola "Campagna Nuovo Testamento", visto che sembra, come al solito, una guerra di religione più che politica. Con le varie interpretazioni del libro come fronte interno.
Cercasi volontario per tradurre in inglese questo articolo da spedire random ai giovani americani in partenza per il fronte.
"… La morale statunitense è profondamente contrassegnata dall’ideologia analitica: vede l’albero, ma non discerne la foresta. Il presidente Richard Nixon cadde in seguito allo “Scandalo Watergate”, una serie di attività illegali della sua amministrazione contro il Partito democratico. Bill Clinton si scusò davanti alle televisioni nazionali per l’adulterio commesso con una stagista alla Casa Bianca. Spitzer ha abbandonato la sua carica per aver speso una fortuna con prostitute (si parla di 80mila dollari).
praticati su ampia scala da Nixon e Clinton? Perché è considerato etico invadere l’Iraq, provocando un genocidio (89mila civili iracheni e 4mila militari statunitensi morti dal 2003), o praticare la tortura nella prigione di Abu Ghraib, a Baghdad, o sequestrare supposti terroristi in Europa e confinarli nell’inferno carcerario della base navale di Guantánamo, un luogo del tutto alieno ai principi del diritto? È forse morale tenere per 110 anni una nazione come Porto Rico priva delle proprie sovranità e indipendenza? È morale punire Cuba con un embargo che dura ormai da 48 anni?
Una lettura più contestualizzata della Bibbia (il testo deve sempre fare i conti con il contesto spaziale e temporale) ci consente di capire che Jahvé non accettò che, in nome di una nuova fede (quella monoteistica), Abramo uccidesse Isacco, come prescrivevano i culti politeistici e i loro riti arcaici dell’oblazione delle primizie. Al contrario, Jahvé rivelò al grande patriarca di essere un Dio della vita, non della morte. Per questo salvò Isacco dalla miopia religiosa di Abramo (Gen. 22).

Ieri, al tiggì, ho visto le immagini di un agguato della 'Ndrangheta.
Sul lungomare di una località che non ricordo, ricordo che c'erano sedie di plastica, sul marciapiede. I sicari arrivano in moto, nell'ora di punta, in mezzo alle gente, colpiscono un pregiudicato. Non riescono ad ammazzarlo, lo feriscono soltanto, e uno dei due perde la pistola per la strada. Due ragazzotti imbranati, sicuramente. Non ho potuto fare a meno di pensare a Marco e Ciro, detto "piselli".
Dopo questo film si pensa in modo diverso a tante cose. Ai solarium, ai matrimoni, a Venezia, alle tigri di ceramica, ai vestiti delle star di Hollywood, alla monnezza, alle pesche, alle ruspe, ai ciccioni in infradito e bermuda sulla spiaggia.
"Gomorra", il capolavoro che sognavo da tempo.
Come il libro, inaugura un genere. Non saprei come definirlo. Fiction-docu (anziché il contrario), neo-neo-realismo, italianoir. Qualsiasi etichetta, forse,
starebbe stretta. Una cosa è certa, si tratta di una di quelle pellicole che cambiano l'immaginario. Dopo averlo visto, i vari Scorsese, Kitano, Coppola, diventavo vecchi d'un colpo, evaporano come pigri vampiri al sole. Pigri perchè hanno saputo succhiare dalla mafia criminale solo la patina esteriore, resa poi estetizzante, messa al servizio del cinema. Anche il neo-verismo brasiliano, stile "Central do Brasil", piega la realtà a un senso della messinscena che qui non esiste. Qui è il cinema che si mette al servizio della realtà. In toto. Mi viene in mente solo un capolavoro precedente che si avvicina per tanti aspetti: "La battaglia di Algeri" di Gillo Pontecorvo.
"Gomorra" succhia il midollo, e arriva al cuore. Anzi, al fegato.
Non giudica, non riflette, osserva. La telecamera a mano sembra calarsi dove la realtà non è filtrata, non è filtrabile. Col tempo manco ci si accorge più del filmato. Si è lì, tra le vele di Scampia. Dove tutto è un continuo trasloco, ma l'unico trasloco vero è quello dello Stato, delle istituzioni. Inesistenti in qualsiasi forma.
L'unico divieto rispettato è quello dei portantini, che impediscono agli sgherri di seguire la bara in obitorio. L'unica croce svetta sul letto di un malato terminale, che si vende i terreni per infilarci rifiuti tossici.
Una guerra. Con le trincee, gli ordini, gli insubordinati, i graduati, le truppe, i civili, le incursioni, le ritorsioni. Gli spari improvvisi, da fuori campo, da destra, da sinistra, mai coreografati. Come quei filmati dall'Iraq, dove anche la telecamera resta sorpresa dall'irruzione improvvisa della violenza. Una logica ferrea e bestiale governa e conduce i fatti. Occhio a danzare per strada, siete come i ragazzi di Gaza. Qualcuno arriverà a punirvi. La necessità dell'autorganizzazione, la fine tragica dell'autorganizzazione. Tutti si fanno capire, ma nessuno sa parlare. Le parole vengono ripetute, i concetti sono basilari. Come i riti di iniziazione. Stai con me, stai contro di me. Come in ogni guerra, la prima causa, o la prima vittima, è la cultura. Fosse anche quella delle antiche sartorie. L'abisso drammatico è proprio quello.
Gliel'ho sentito dire anche ieri notte al vecchio Arnoldo Foa. "Viviamo in un tempo perso, senza cultura".
Questo film squarcia un velo. Sdogana un mondo. Rompe con fragore l'ingranaggio di Lucignolo, di Vespa, di Mentana, degli addormentatori sociali.
Qualcuno, infatti, l'ha criticato. Gasparri, qualche peones, Afef. Ecco, sì, Afef ha criticato il film. Non fornisce una bella immagine internazionale dell'Italia, dice. I panni sporchi vanno lavati in casa. Io li laverei in casa di Afef. La strapperei dalle vele dei suoi yacht e la calerei nelle vele di Scampia. Afef che critica Gomorra mi induce pensieri demagocici e malsani. Roba che entra nella struttura del capitalismo, nelle logiche di mercato, arriva a Telecom, alle svendite, agli accordi, ai carrozzoni di stato, ai furbetti, alla fine della cultura. E poi, giù a cascata, torna a Scampia. Afef è in grado di farmi fare 'sti viaggi.
Peppino Impastato definiva la mafia "una montagna di merda". La camorra scava, e le montagne le seppelisce. Poi nascono strane pesche.
Ecco sì, alla fine gli offirei una bella pesca alla signora Tronchetti-Provera.
Prima lavandola, s'intende.




A fare questo.
Chi fosse in zona...







Sarà l'articolo di Ruffolo, sull'ultimo Espresso, che mi ha lasciato un senso di stupore. Parla di immortalità. Il domani vicino, col nostro cervello al carbonio che si scaricherà in un cervello al silicio, come riversassimo tutto il nostro io in un cd. Però, anche dopo la poesia siderale delle utopie possibili, dopo la costruzione perfetta e algida del futuribile, del liquido moderno, la cronaca ci riporta nelle cisterne. Quelle scavate sotto la superficie della città. I cunicoli dove muoiono i bambini, grattando le pareti, cunicoli simili a quelli dove vivono altri bambini, in un groviglio di tunnel che scorrono sotto le nostre teorie.
Cisterne in cui muoiono operai, nei miasmi sulfurei dell'inferno.
Perchè il capitalismo è fatto ancora di container, lamiera, chimica, fiamme. Ingiustizia.
E' come se tra il paradiso della scienza e l'inferno della realtà, il purgatorio della politica fosse chiamato a fare qualcosa. Pacatamente, serenamente, con innovazione, ma in fretta.
"Nei giorni come quello, in cui il cielo era coperto di nuvole, Robert Neville non era mai sicuro di quanto mancava al tramonto e a volte li trovava già nelle strade, prima di riuscire a rientrare in casa."
Il romanzo di Matheson è tra i miei preferiti. Ho visto tutti i film tratti - anche alla lontana - da quel topos narrativo. Qui, un dettagliato reportage. La buona fantascienza proietta in scenari plausibili le paure ancestrali. La solitudine, la fine del nostro prossimo, ormai ridotto a vampiro. La notte. Il sangue. Il nostro passato ridotto a simulacro, gli affetti persi per sempre. Allora sono andato al cinema. Non pensavo di uscirne così provato. In qualche modo, uno dei film più brutti che abbia mai visto è stato all'altezza della sfida. Mi ha fatto capire dove si proiettano le paure del nostro tempo. L'uomo solo è ipertecnologico, anzi è il migliore degli scienziati. Il prototipo umano-americano, solo lui sopravvive. Il prototipo umano si chiama Robert Neville è nero, simpatico, si veste figo. Non si fa prendere dalla depressione, ha un fisico da body-builder, frutto di esercizi quotidiani. Va a caccia di animali in computer grafica e di dvd, che pesca dal suo vecchio mega-store, dove poi li ripone ordinatamente. Ci tiene a mantenere in piedi il suo antico ordine sociale. Si approvigiona delle cose in modo composto. Utilizza corrente elettrica proveniente chissà da dove. Il Robert Neville di Matheson usava aglio, specchi
e assi inchiodate per tenere lontani i vampiri. Questo, ha minato tutto il quartiere con bombe al fosforo, stile Iraq. Il Neville di Matheson aveva un laboratorio così: "La parete era quasi interamente occupata da un bancone con il ripiano di legno grezzo ingombro di una grossa sega a nastro, di un tornio da falegname, di una mola a smeriglio e di una morsa. Al di sopra, sulla parte, c'era una mensola occupata da una distesa disordinata degli attrezzi…": Questo ha un super laboratorio con vetri in plexiglass, gabbie con cavie, elettrocardiogrammi, strumentazioni. Quell'altro centellinava la benzina, questo spacca di brutto col gigantesco Suv. Il Neville di Matheson era un capolavoro di sopravvivenza illuministica, coi dubbi e i travagli della situazione.
Questo ascolta Bob Marley, che gli suggerisce che uno ce la può sempre fare. Il Neville di Matheson cerca di ricostruire il suo mosaico, stringendo i denti. In fondo è lui il mostro anomalo, in mezzo alla nuova atroce normalità. Il Neville di oggi è il buon padre di famiglia che ha promesso ai suoi cari e a se stesso che lui "sistemerà le cose". Sistemare le cose, la frase più ripetuta. Il Neville di Matheson riconosceva i vicini, tra i vampiri. Questo lotta contro mostri ipercinetici, glabri
e indistinti, sempre guidati dallo stesso urlatore fanatico, che esce dallo stesso buco-grotta. Anzi, a un certo punto invece di uscire manda degli orridi cani glabri. Potrebbe benissimo seguire in missione i cani-kamikaze, il sole se n'è andato, ma no, se ne sta rintanato. Tutta l'umanità malata concentrata in quell'unico, piccolo anfratto. Come fosse una grotta del Waziristan. Entrambi i Neville conosceranno una donna. Quella di Matheson sarà il segno di una speranza delusa. Quella di oggi è un segno di Dio. Il Neville di Matheson si strugge. Questo diventa San Tommaso, grida il suo dubbio su Dio. Finchè, poi, ce lo fanno vedere loro cosa significa un deus ex machina (in senso letterale) che "ti sistema le cose" per benino. Ecco il redento, il cristiano rinato nel fuoco. Il Neville di ieri eravamo noi. Quello di oggi è Will Smith, con tutto quel che ne consegue. C'è la terra promessa, nel Vermont. Dio, l'America. Io sono leggenda. Leggenda è martirio.
Il Neville di oggi non sa più restare solo, ha bisogno degli spettatori.
Questo è il suo problema. E forse anche il nostro.

Facciamo finta che io abbia un nipote che si chiama M.
Mettiamo che abbia diciassette anni, frequenti un liceo privato e la “compa” di un quartiere bene, col calcio e i suoi derivati a fare da cemento linguistico e modello di aggregazione.
Quando è davanti alla tivù, pensiamolo fisso su Italia Uno. Senza neanche cambiare durante gli spot.
Mettiamolo sul motorino, su Youtube, a sfidarsi con gli amici a cinghiate, per ridere. Ipotizziamo che abbia fatto in modo e maniera di mostrare quel filmato a membri della famiglia. Magari quelli a cui tiene. Proviamo a pensare che M. non abbia nemmeno un amico con la pelle di altro colore. Mettiamo che il sottoscritto abbia sempre cercato d’interagire con lui, sperimentando le difficoltà comunicative della generazione Q, che poi passa il tempo a fucilare sms e filmati. Ipotizziamo un azzardo: un paio di settimane fa, io che gli regalo l’ultimo libro di Galimberti. Così, prenderlo per le palle, una sfida a cinghiate. Mettiamo il caso che lo veda sincero ma falso, duro ma tenero, pieno di certezze ma confuso. Con tutti i primi termini di questo elenco ben organizzati e in evidenza, come la compostezza a tavola. So che è innamorato di una certa M., ma non ho ancora capito come. Mettiamo che gli voglia bene, e che ieri sia entrato nella sua cameretta. Che l’abbia trovata ordinata e irreprensibile, educata. Come lui. Ipotizziamo che lui stesse giocando a calcio con la Playstation, che io abbia sbirciato i libri, e poi i muri. Balza agli occhi la gigantografia di lui piccolo, tra le braccia del nonno scomparso da poco. Poi, tanti poster sul tema “Arancia Meccanica”, film che abbiamo rivisto insieme
mesi fa, tra l’altro. Uscendo, sopra la porta, potrei aver incrociato una bandiera tricolore con la scritta “Fiero di essere italiano”. E l’ultima “o”, magari, era una celtica. Poniamo che gli abbia fatto presente che conoscevo il senso di quel messaggio, e che me ne sia andato. Ipotizziamo il mio silenzio.
Dopo pranzo, magari, sdraiato sul divano, gli chiedo a che ora iniziano le partite. Così, un semplice aggancio, fiutando nell'aria che qualcosa sta per succedere. Mettiamo che M. prende l’iniziativa, fatto inusuale. Pensiamo a lui che si alza, mi dice “ascolta”, e m’infila una cuffia, staccandosi dall’I-pod per la prima volta nella giornata. Magari parte un accenno di house pesante, però lui manda avanti. Magari, vuol farmi sentire un’altra cosa. Gara di free-style tra Fibra e Inoki, frasi rap improvvisate su base hip-hop. Sfida a cinghiate in rima. Si parte dalla denigrazione delle rispettive capacità tecniche, dei “mood” comportamentali, dei vestiti che indossano, fino a chiamare in causa le rispettive mamme, in un’escalation di epiteti e invettive. Batto il tempo sul divano. Poi magari il pezzo s’interrompe e me ne fa sentire altri due - di un gruppo che non ricordo - che parlano di marijuana e di sfida al sistema. Finisce, e gli dico: “Potenti. Ma scuri, con una vena di malinconia”. “Sì, è vero.”, risponde. Potrei fargli presente che, nel primo pezzo, Fibra ha stracciato quell’altro. Immaginiamo che poi gli sparo un bel
“Sai chi è Inoki?”
“No.”
“Era un campione giapponese di Wrestling degli anni Ottanta. Anzi, non si chiamava Wrestling. È uno sport che viene da lontano, dal Messico, pensa. Là si chiama “Lucha Libre”. C’è un rapporto strano tra il Messico, l’America Latina in genere, e il Giappone. Il Perù ha avuto un presidente giappo, un certo Fujimori. Vabbè, insomma, ’sti giapponesi hanno preso la tradizione dei lottatori in maschera e l’hanno fatta loro. Noi la conoscevamo come “catch”. Hai presente l’Uomo Tigre? Ecco, Antonio Inoki era campione di quella roba lì. Poi l’hanno presa gli americani ed è finito tutto in vacca.”
Ride.
“Che coincidenza”, insisto.
“Cosa?”
“Qualche settimana fa ho visto Fibra insieme a Galimberti, alle Invasioni Barbariche.”
“See?!”, risponde M.
“Sembrava proprio una sfida free-style. Con loro due a dire cose simili con stili diversissimi. Fibra è un grande, si sono trovati. Perchè, occhio, quel filosofo che ti ho passato non è uno che se la tira troppo. Nel libro parla anche degli Africa Unite.”
“See?”
“Su Youtube trovi il filmato. Digita “invasioni barbariche fibra”. È spezzettato in tre parti, dieci minuti in tutto.”
“Okay, ci vado.”
Nel tornare col passeggino, sotto l’ultimo sole, abbiamo incrociato chilometri di muri, e barche e stabilimenti chiusi. Con strane ed evidenti compagne di camminata. Ovunque, grandi, piccole, a pennarello, spray, vernice, sul selciato, ai semafori. Si notano solo loro: una tempesta.
Fragolina ti amo… Sono otto mesi che volo insieme a te… C6ST… Alex sei la mia luce, la vita… Sei troppo importante per me, torniamo insieme… Ti amo, Maggie… Ti amo… Ti amo… Sei la mia vita, Dix…
Una proprio enorme, tiene tutto il muro. Voglio fotografarla. Sì, qualche croce celtica, qualcosa sul Genoa, sulla Samp. Ma soprattutto “ti amo, ti voglio, ti cerco, volo, mi manchi, sei tutto”. Componimenti a confronto. Romanticismo free-style, che gronda dai muri, sulle scale, sui vetri, ovunque.
Fateci caso anche voi, certe scritte si stanno decuplicando. Solo certe.
Si sono allontanate dalle panchine dei parchi, abbracciano la città, stracciando quelle politiche, religiose, violente, calcistiche. Un fiume di parole che sembrano non significare niente.
Ma non ne sarei così sicuro.
Ecco, poi mi sono incazzato. Secondo me, la cosidetta “commissione valori” del PD, anzichè far entrare Giuliano Ferrara, dovrebbe far entrare un cicinino di quel che comporta tutto ciò. Anche poco, eh. Fibra, per esempio, non sarebbe un ospite inquietante.
Non è che “laicità”, magari, significa anche “fatica”?
E voglia di leggere i muri.

Ieri, sull'autobus, c'era corrente e volevo chiudere un finestrino. Un tizio ha ringhiato. "La gente ha il diritto di respirare, non c'è solo vostro figlio!". Ne è nato un alterco sgradevole. Poi ho notato che il tizio parlava da solo, probabilmente una persona malata, sofferente. Siamo stati la miccia, ha proiettato su di noi il senso della sua giornata. Mi ha lasciato una sensazione di vulnerabilità, di vuoto. La stessa di cui parla Lorenzo Jovanotti a proposito degli spettacoli di Beppe Grillo, da cui si esce svuotati, non carichi. Come "le Jene", "Striscia". Certa indignazione svuota, anziché riempire. Sensazione gelida. Come i saldi, le vetrine degli outlet, i viaggi esotici. Solitudine al botulino, folla compressa. Spot che vendono suonerie con gli animaletti carini a utenti che non hanno mai visto animaletti veri, che s'inteneriscono senza avere grammatica degli affetti. Giganteschi Hummer incastrati tra i vicoli. La generale caduta del pudore: tutto si privatizza e nel contempo si perde dimensione privata. Un progetto incredibile: renderci tutt'uno, pronti a scambiarci messaggi e intimità a valanga: un prodotto, modulare e interscambiabile. Un gigantesco Hummer chiuso in un vicolo. Galimberti scrive dell'ospite inquietante che alberga nei ragazzi. Il nihil, il vuoto, il paranoid park. Come potrebbe essere altrimenti? Si
vive nel liquido, dice qualcun altro, ma senza branchie. In apnea. Giorgio Ruffolo, in questi giorni, ha fissato su Repubblica parole lucide. Riguardano il capitalismo, l'equità, il progettare futuro. Quest'economia soverchiante, ansiogena, che vortica su se stessa. Con le sue nuove presenze - la rete, i soggetti dell'oggi - e la sua drammatica nuova mancanza: madama felicità.
Io, umilmente, non ho tanta voglia di cadere vittima di 'sta roba. Se c'è il dàimon ci dev'essere anche l'eu-daimon (il demone buono, Geppo il diavoletto). La crisi, forse, è il rimedio. Ieri, a messa, tutti si stringevano la mano cantando, coi bambini che disegnavano coricati sotto gli altari. La chiesa straboccava, informale e spontanea, ben guidata. Ci sono andato non per mia scelta, causa benedizione bimbi, ma non mi vanto di questo. Sono attirato dalla gioia naif e gospel di una comunità che mi è estranea in tutto se non nel fatto di essere comunità. Mani che si cercano, baci al simulacro del bambino, carne, canto. De André, dopo la tragica esperienza sull'Hotel Supramonte affermò: «Ho sempre detto che Dio è un invenzione dell'uomo. E tuttavia con il sequestro qualcosa si è mosso: non che abbia cambiato idea, ma è certo che bestemmiare oggi come minimo mi imbarazza».
Siamo sequestrati, mettiamola così. Imbarazzarsi dopo il sequestro, sarebbe già una conquista, alla ricerca di una nuova comunità.
Basta pessimismo. Alla fine, poi, ci sono questi otto dentini che scendono dall'autobus, la camminata goffa verso la fontana. E, di sera, dovete vedere l'effetto che fa John Lee Hooker vicino a un fasciatoio.
Qualcosa si muove. Quel finestrino alla fine è rimasto aperto, e noi ci siamo stretti intorno al bambino per proteggerlo. Il nostro Hummer, chiuso in un vicolo aperto.
Proposta di legge: un John Lee Hooker vicino ad ogni fasciatoio!

Il professor Anatoli Kerkov, noto semiologo situazionista, mi ha telefonato segnalandomi diversi articoli usciti in questi giorni sui giornali.
Questo mi ha fatto riflettere sul senso del limite.
Questo anche, aprendo una ventina di altri fronti di dibattito.
Poi, Kerkov mi ha spiegato il senso delle nuove tesi di Desmond Morris: i gay sarebbero adulti a cui si è interrotta la crescita, non bambini mai cresciuti.
Gli ho ribattuto che gli etero potrebbero essere bambini cresciuti troppo presto, o adulti che non sono mai stati bambini.
Dopo una risatina di circostanza, mi ha raccontato di quella volta che incontrò il suo collega James Watson, a Port Arthur, Texas. Partecipavano a un convegno sulla piscobiologia nei testi di Janis Joplin. In una pausa, Kerkov vide Watson che prendeva a calci un distributore automatico. Desiderava ardentemente le noccioline e quello continuava a sputargli fuori caramelle gommate.
Riattaccando, mi è parso di sentirgli boffonchiare una frase del tipo: "Il problema non è la mancanza di argomenti, figliolo. Il problema è quando ce ne sono troppi."
Se Dio è quella cosa raccontata da Benigni per mezzo di Dante.
Se è quel verso del bambino che si stacca dalla mammella gocciolante latte. Quel respiro che vive per intercessione della donna. Quel (re)spirito incontemplabile che unisce lo spazio e il tempo, le cose e le persone in un unico pieno che spinge al bene. Quel nitore eterno e infinito nel quale alla fine si riflette il volto di ognuno di noi. Se è così, c'è.
Però una cosa devo chiedertela, Somma Luce. Perchè ci parli da quello stesso schermo? Quel demone che fa salire uno sul tetto a Omaha, Nebraska, e lo spinge uccidere per diventare famoso. Quel demone usato dall'evaso, per rilasciare l'intervista prima di costituirsi ancora. Quel demone per cui la madre uccide il figlio, e rilascia l'intervista. Il bambino si fa adolescente e vede.
Questo demone del vuoto, che sa essere luce quanto te.
Infima, ma luce.
Perchè il sommo e l'infimo si materializzano nello stesso quanto di luce?
Il primo suono è il tuo, o quell'atomo di carbonio che mi spinge a rimpiangerti?
(Riflessione davanti alla tivù, col bimbo febbricitante fra le braccia, ansioso per il Senato, pieno di pruriti e contento perché Suazo ha finalmente ingranato.)
È il titolo di un bell'articolo di Walter Kirn, tratto da The Atlantic Monthly (US) e pubblicato su Internazionale. Si parla di danni biologico-cerebrali dovuti al multitasking. La tesi di fondo è raccolta in questo passaggio:
"Ho appena avuto un incidente per cercare di vedere la tua foto".
"Arriverai in tempo per portarmi a cena?".
"Ho rischiato di morire".
"Be', sembra che tu stia bene".
"Sembra".
Non le ho mai perdonato quell'indifferenza. E non ho mai perdonato a me stesso di aver comprato un telefonino con la fotocamera.
Poi ho seguito l'ennesimo reportage televisivo sui ragazzini. Un grido d'allarme che si leva per questo mondo lontano e misterioso, dove bambine di dodici anni gettano via il loro corpo in un gioco di specchi riflettenti. Che parte dalle discoteche del sabato pomeriggio, passa attraverso filmati erotici girati coi videotelefoni dai compagni maschietti che poi le ricattano, e arriva alle webcam nelle loro stanze, a youtube. Dove giocano a fare le star, o le piccole pornostar. Un accenno anche al termitaio dei blog. Qualche giorno fa, l'inquietante inchiesta annuale della società dei pediatri italiani. Alla domanda, "cosa sogni di fare da grande", la prima risposta delle femmine è stata "la velina". La seconda risposta è stata "non so".
Ho solo una certezza a riguardo. Sentire la televisione che lancia questo grido d'allarme è come sentire un bracconiere lamentarsi per la scomparsa della cince allegra, o un re chiedere un risarcimento per essere scappato dal suo regno.
Lo specchio finale, quello che tutti sognano, è anche quello iniziale, che sta deformando il nostro es, lavorando su un super-io da guinness. La tivù commerciale, con la sua turbo-vita.
Mi viene in mente una bella massima di Cocteau. "Gli specchi dovrebbero riflettere un attimino prima di riflettere le immagini".
I ragazzini a me sono simpatici, la loro causa mi sta a cuore. Odio le banalizzazioni su questo argomento. Ho riflettuto molto su cause, effetti. Qual è il punto di partenza del ragionamento?
Per fortuna mi è venuta in soccorso la bella opera che allego qui sotto, tutta da capire:

"Nebbie e Delitti" è una fiction di Rai Due, scritta, interpretata e confezionata talmente bene che intendo recuperare i romanzi di Valerio Varesi, sull'ispettore Soneri. Ferrara, la caligine, l'incedere lento del Po e del genere polar di simenoniana memoria. Barbareschi s'è lamentato della collocazione, venerdì in prime time. Sbaglia. C'è freddo, c'è vento, si sta in casa. E c'è voglia di quella roba lì.
Anche sabato c'era freddo e vento, e voglia di esserci. Un lungo serpentone di giovani attraversava Genova, quasi autoconvocato. Ho camminato fianco a fianco con Giuliano Giuliani, e abbiamo scambiato alcune parole. Conferma l'impressione di uomo moderato, intenso e rigoroso che è emersa nel tempo. Merita di sapere la verità sulla fine di suo figlio. Quel sasso con cui gli hanno spaccato la testa mentre era già a terra, per esempio. Davvero, troppo, a prescindere dalle differenti valutazioni. Ad Anno Zero, Giuliani s'è augurato che Carletto fosse già morto quando è avvenuto quello scempio. Gli ho stretto la mano con forza. Per questo c'eravamo in cinquantamila, per soffiar via la nebbia dai delitti.
Joe Dante, come al solito, soffia alla grande. L'unico episodio decente di
"Masters of Horror" che ho visto finora è firmato da lui. Parla dello staff elettorale di un presidente simil-Bush prima delle elezioni per la riconferma. I soldati morti in questa guerra scatenata da una menzogna si risvegliano, scoperchiano le tombe e tornano a camminare per la strada. Zombi in divisa, che vagano, faticano a parlare, sembrano cercare solo comprensione. Lo staff del presidente ringrazia Dio e il presidente stesso, per il miracolo degli angeli guerrieri che tornano a calcare il suolo della patria. Tutti, però, si chiedono il motivo vero di questo risveglio. Finché uno degli zombie si presenta al seggio. Sono tornati per votare. E una volta depositata la scheda nell'urna, muoiono. Ci si rende conto che votano liberal, per la prima volta nella storia dell'esercito. I sondaggi danno il presidente in caduta, lo staff si affanna a condannare questi traditori decerebrati tornati dall'inferno. Si crea il panico, le elezioni stanno finendo in parità. Una dello staff tranquillizza i colleghi. "Tanto poi siamo noi a contare le schede". Infatti vince il presidente. Ma lo staff non fa in tempo a festeggiare. Un urlo potente si leva da tutti i cimiteri del paese. Si stanno risvegliando tutti i morti della guerra, anzi, di tutte le guerre, anche delle precedenti. Perchè quelli che sono tornati a votare, e si sono visti truffati, hanno fatto la cosa più normale per un soldato in difficoltà.
Chiedere rinforzi.

Si riaffacciano le emozioni.
Il doctor House, nel secondo episodio, è riuscito a portarmi alla soglia delle lacrime. Anzi, una è scesa. È un vero bastardo, credo che stasera comincerò il suo romanzo.
Sto percorrendo boschi, malaventure, i confini dell'ignoto. Ho lavorato fino alle tre. A notte fonda, mi sono sparato una stupenda intervista del mitico Giancarlo Fusco a Sergio Tofano, il creatore del signor Bonaventura. Anzi, lui era Bonaventura. Lo interpretava a teatro, con grazia e respiro soave. Quel milione scritto sul foglio, quel bassotto lungo lungo, anche due fogli. La capacità di stupire con poco: un pennarello, carta, poesia. Mi ha ricordato Saul Steinberg, un altro grandissimo di cui ho già parlato. Ma Tofano era la maschera. Un'Italia lieve, umile, preziosa. Così lontana da questa, gridata, nervosa, ambiziosa, che si nutre di fame.
Il nuovo template non è per vanagloria. Un regalo che mi hanno fatto. Servirà a ricordare soprattutto a me stesso il mio lavoro, che considero duro e dignitoso, a cui vorrei dedicare più attenzione anche qui. Ringrazio i colleghi disegnatori Werner Maresta, per la grafica, e Antonio Marinetti per il bel ritratto.
Leggo che persino i colori, oggi, devono combattere per la libertà.
Forza Magenta, siamo tutti con te!
Insistono che dobbiamo avere paura, e specificano bene di cosa.
Vittorino Andreoli scrive che la famiglia è un sistema di economia bilanciata dei sentimenti.
Mi piace come definizione, applicabile su vasta scala.
Ecco la sensazione che arriva dai media: sbilanciamento. Il mio cervello fatica a mettere in fila i problemi, le immagini. Mi chiede: com'è possibile che avete arrestato il capo della mafia e invece di concentrare tutte le energie per darle il colpo di grazia, debellandola, parlate solo di rumeni? Non so rispondergli, davvero.
Ho sentito Roberto Saviano, la sua potenza analitica. Il mio cervello mi ha chiesto: ma perchè questo non diventa un consulente istituzionale della lotta alla camorra? Non ho saputo rispondergli.



A Lucca ho visto migliaia di Cosplay, ragazze e ragazzi vestiti da personaggi incredibili. Si confezionano i vestiti da soli, e mi colpisce sempre quanto si prendano sul serio. Quegli altri ragazzi fuori dalla questura di Palermo che brindavano all'arresto di Lo Piccolo, sorridendo alla speranza. E quei ragazzi di Perugia, col loro voodoo di sesso e un vissuto di plastica al sangue. Il blog di uno di loro, che diventa rosso se una tipa lo guarda. I commenti, da zero a duecento in pochi attimi.
Enzo Biagi, Liedholm, i vecchi che se ne vanno. La spilla del partigiano sul petto, mentre in parlamento si attacca Garibaldi. Paolini senza pubblicità, il Dr. House coi pannolini in faccia durante la vasectomia. C'è un mucchio di roba, davvero un cantiere aperto. Infatti Blob lavora benissimo, ultimamente.
Il mio cervello meno. Chiede un sistema di economia bilanciata delle immagini. Ma non posso darglielo. Gli passo un libro che mi hanno regalato, che sembra non centrare niente e dice tutto.
Lo sappiamo, vecchio mio, il trucco è sempre quello. Solo sforzandosi di mettere in fila le cose, in qualche modo amandole, alla fine si può gridarlo.
Io non ho paura.
Tutti ci scrivono su qualcosa. È la rivoluzione alfanumerica di lettere che appaiono su qualsiasi superficie.
di Alberto Salza*, da D di Repubblica
Sul muro di una chiesa leggo: Maximum Miracle Centre. Gli africani hanno imparato "a scrivere con l'altra mano" per cui le lettere si trovano spesso in movimento. Su un furgone ho intravisto la scritta Sacco Van, sussulto anarchico. Su una barchetta del lago Turkana c'è il nome Nelle Mani di Dio (vento ai trenta nodi e trentamila coccodrilli tutt'attorno). Alloggiare è forse più facile, se gli hotel si proclamano a grandi lettere Senza Alcool o Per Esperimento ("Ci stiamo provando", mi ha spiegato il maître). Immani carestie e continue catastrofi hanno fatto scrivere a un falegname, sulla bottega, Bare e Mobilia: la sequenza di morte e resurrezione che è la storia d'Africa.
Italo Calvino diceva: "L'uomo è solo un'occasione che il mondo ha per organizzare alcune informazioni su se stesso". Gli africani hanno finalmente deciso di farlo per iscritto. Un vecchio masai analfabeta mi ha detto: "Quando la memoria va a raccogliere i rami secchi, torna con il fascio di legna che preferisce". Gli risposi che Platone, per bocca del faraone (africano), nel Fedro afferma: "L'alfabeto ingenererà oblio nelle anime. Lo scolaro richiamerà le cose non più dall'interno di se stesso, ma da segni estranei. E non sarà saggio, ma solo dotto". Un ragazzino intervenne, nonostante il fatto che, da queste parti, non potrebbe rivolgere la parola a un adulto senza essere interrogato. "Comprami una lampada, per leggere di sera. E un telefonino, così ti scrivo", disse indicando l'emporio su cui stava scritto Dio è Capace di Tutto.
La frase è vera a tal punto che ho visto apparire, sulle remote terre che circondano il lago Turkana, un'antenna per la telefonia cellulare. Chongo, ex predone somalo, passa il tempo a mandare messaggini agli elementi del clan sparsi per il mondo, ricostituendo così il "territorio familiare", base del sistema di vita dei somali. Curach, pastore rendille, informa suo cugino su dove sia il
pascolo migliore. Nakapel, turkana, scrive a tutti le sue personalissime previsioni del tempo (qui le piogge erratiche sono fattori limitanti della sopravvivenza). I gabbra, razziatori di bestiame, si appostano via sms. Certo, tutta questa gente doveva saper scrivere prima che arrivasse il telefonino, ma la comunicazione scritta era come sospesa. Il Rinascimento africano si esprime oggi via sms, in compressione linguistica giovanile.
Nei pressi di Mwanza c'è un'isola fetente, nel lago Vittoria. Ci abitano giovani pescatori e prostitute. Sono il risultato di una complessa degradazione ambientale (introduzione del pesce persico a scopi industriali) e sociale (sradicamento parentale, inurbamento, traffico d'armi, Hiv). Su una baracca si legge, dipinto a grandi lettere ben staccate, questo graffito: Essere poveri è come essere vecchi.
*nato a Torino nel 1944, è antropologo "specializzato in nomadi", ricercatore,
scrittore e viaggiatore. Il suo libro più recente è Sudafrica (White Star, 2007).

Ecco, ce l’hanno fatta.
C’erano segnali ovunque, da tempo.
So che quello che penso è indifendibile, come indifendibile è la situazione attuale. Ma qual è l’alternativa? Stamattina ho sentito un gruppo di giornalisti discettare dell’argomento col sorrisetto. La strategia parte da lontano, forse addirittura da un piano preciso che prese corpo da noi, e che aveva una dimensione internazionale. “Rinascita democratica”, si chiamava. Lo slogan mascherava l’idea opposta, quella di tornare a uno stato prenatale. Sì, ce l’hanno fatta. Il settanta per cento degli italiani detesta politici e sindacati. Erano i due obbiettivi centrali di quel piano. Il popolo su misura dei miliardari. È fatta.
Complimenti vivissimi.
Divinizzare la rinuncia, interrompere il senso evolutivo, la società che ritorna nel suo utero. Chiede sicurezza, protezione. Gioco. Una comunità di infanti, monetizzati e autoreferenziali. Bello.
La crisi della politica ha colpe, non basta appellarsi al momento storico che stiamo vivendo a livello internazionale, di passaggio epocale. Il capitalismo occidentale è in fase decadente, schiacciato a tenaglia tra un arcaismo rivendicativo e l’avvento di nuovi inarrestabili capitalismi. E in questo impatto scricchiola il cuore profondo del nostro essere. Che stava nella complessità, nel sentirsi giovani in cammino. Magari sbagliato, ma cammino, con una sua poetica. La rabbia giovane, Terrence Malick. Oggi i trentenni sono vecchi. Sono situazionisti, tronisti, scorciatoisti. “Sturm und drang” è suono da Play-station. Rinunciano. Rinuncia alla delega, o troppa delega, rinuncia all’approfondimento. Rinuncia al profondo.
La partita sembra in mano ai vecchi e ai giovanissimi. Ma una generazione che rinuncia non può appellarsi al tema del ricambio.
Leggo dell’Africa. I suoi nuovi libri, i film, la musica. Jaime Bunda. L’esplodere dei generi. Io l’ho sempre pensata così: il cuore profondo di un popolo funziona quando l’Accademia pensa e il ventre produce generi. È il mio paradigma.
L’analista attento, però, dovrebbe cogliere un dettaglio di speranza anche da noi. Non già dal botteghino del cinema, coi film italici ai primi posti. Perché, ci vedo poco lavoro sui generi e molto sull’ombelichismo paratelevisivo. Volatile. Non già dalla letteratura, perché – con le dovute eccezioni – vedo o l'accademismo spinto o l'appiattirsi sullo scimmiottamento dei generi, con poco spessore, con poco profondo. La televisione, poi. Emblema, senza bisogno di spiegare perchè. "Endemol" suggerisce suggestioni, metafore su demoni e mollezze.
Il punto è un altro.
Mi stupiscono i testi delle canzoni. Sono sempre più belli e intriganti. Dettagli, pennellate, frasi. Sarà stato Baudo, col suo ultimo Sanremo? No. Però, ieri notte l'ho incrociato a parlarsi con l'altro grande vecchio. Lui e Biagi mi hanno ricordato un vecchio numero di "Thor", il fumetto Marvel. Odino e Giove che si contemplano sopra le nuvole, mentre sotto sta per infuriare la battaglia finale. Guardarsi, capirsi, ammiccare. Unire in sè accademia e genere.
I vecchi, i giovanissimi.
Insomma, sono stupito da questo rinascimento della canzone italiana. In tutti i settori, anche uscendo dalla nicchia. Perfino Vasco, che ha scritto meglio questo mio post. Perfino Irene Grandi, che mi parla del profondo. C’è un profondo?
Sì, è sempre da lì che si rinasce democraticamente.
Basta non rimuoverlo.
Basta poco.
I vecchi, i giovanissimi.
Già...

"C'è chi dice che la parola Odradek derivi dallo slavo e cerca, in conseguenza, di spiegarne l'etimologia. Altri invece pensano che la parola provenga dal tedesco, e sia solo influenzata dallo slavo. L'incertezza delle due interpretazioni consente, con ragione, di concludere che nessuna delle due dà nel segno, tanto più che né coll'una né coll'altra si riesce a dare un senso preciso alla parola. Naturalmente nessuno si darebbe la pena di studiare la questione, se non esistesse davvero un essere che si chiama Odradek. Sembra, dapprima, una specie di rocchetto da refe piatto, a forma di stella, e infatti par rivestito di filo; si tratta però soltanto di frammenti, sfilacciati, vecchi, annodati, ma anche ingarbugliati fra di loro e di qualità e colore piè diversi. Non è soltanto un rocchetto, perché dal centro della stella sporge in fuori e di traverso una bacchettina, a cui se ne aggiunge poi ad angolo retto un'altra. Per mezzo di quest'ultima, da una parte, e di uno dei raggi della stella dall'altra, quest'arnese riesce a stare in piedi, come su due gambe. Si sarebbe tentati di credere che quest'oggetto abbia avuto un tempo una qualche forma razionale e che ora si sia rotto. Ma non sembra che sia così; almeno non se ne ha alcun indizio; in nessun punto si vedono aggiunte o rotture, che diano appiglio a una simile supposizione; l'insieme appare privo di senso ma, a suo modo, completo. E non c'è del resto da aggiungere qualche notizia più precisa, poiché l'Odradek è mobilissimo e non si lascia prendere. Si trattiene a volta a volta nei solai, per le scale, nei corridoi o nell'atrio. A volte scompare per mesi interi; probabilmente si è trasferito in altre case; ma ritorna poi infallibilmente in casa nostra. A volte, uscendo di casa, a vederlo così appoggiato alla ringhiera della scala, viene voglia di rivolgergli la parola. Naturalmente non gli si possono rivolgere domande difficili, lo si tratta piuttosto - e la sua minuscola consistenza ci spinge da sola a farlo - come un bambino. «Come ti chiami?» gli si chiede. «Odradek» risponde lui. «E dove abiti?». «Non ho fissa dimora» dice allora ridendo; ma è una risata come la può emetter solo un essere privo di polmoni. Un suono simile al frusciar di foglie cadute. E qui la conversazione di solito è finita. Del resto anche queste risposte non sempre si ottengono; spesso se ne sta a lungo silenzioso, come il legno di cui sembra fatto. E mi domando invano cosa avverrà di lui. Può morire? Tutto quel che muore ha avuto una volta una specie di meta, di attività̀ e in conseguenza di ciò si è logorato; ma non è questo il caso di Odradek. Potrebbe dunque darsi che un giorno ruzzolasse ancora per le scale, trascinandosi dietro quei fili, fra i piedi dei miei figli e dei figli dei miei figli? Certo non nuoce a nessuno; ma l'idea ch'egli possa anche sopravvivermi quasi mi addolora."
(Kafka, Die Sorge des Hausvaters [1917], ed. it.: La preoccupazione del padre di famiglia, in Racconti, Mondadori 1980).

Arrivai a Genova l'anno della morte di Fabrizio De Andrè. Il Comune lo mise in filodiffusione. Che emozione camminare per Via del Campo, e poi lungo quel serpente di odori, sapori e umanità che finisce in Via Prè, con la musica nelle orecchie.
Non so se avete in casa un libro di Vonnegut, spero di sì. Altrimenti, oggi è un buon giorno per comprarlo. Se ne avete, pescate a caso. Aprite e leggete ad alta voce una pagina. Magari l'ultima, che non c’è il problema di chi è l’assassino o altre sorprese rovinate. Semplicemente, lui sapeva come scrivere un finale. E anche un incipit. E anche quello che ci stava in mezzo. Diciamo che il finale è una
buona eco di tutto il resto.
Io l'ho fatto subito, appena saputo. Mi è venuto in mano “Un Pezzo da Galera”.
ultimi tempi. Io avevo ancora quasi tutti i capelli in testa, lui invece era calvo. Doveva aver ereditato tale calvizie dai progenitori materni, ebrei.
immigranti che erano stati ben accolti in America, uno che era stato trattato come un figlio e mandato all’Università di Harvard da un capitalista americano si fosse poi mostrato tanto ingrato verso il sistema economico degli Stati Uniti.
punto come mai un uomo come lui, istruito, di buona famiglia, si fosse aggregato alla classe operaia.
"Se non le dispiace, un po' di birra non le farebbe male. Ha bisogno di dormire."
esausta ma terrorizzata alla sola idea di dormire, vivendo di odio? Persino il pensiero che non abbiamo voluto desiderarla mi fa sentire un criminale. E non lo sono. E Roberta non lo è. Volevamo Jo, e volevamo Shannon, e volevamo Mack. Sei in tutto, sognavamo; e una grande casa bianca con un prato folto e tante camere da letto e una dispensa sempre piena. Li volevamo, ma volevamo anche quello. Non per noi, per loro. Lo volevamo perchè sapevamo cosa avrebbe voluto dire non averlo. Io sapevo com'ero fatto, e Roberta sapeva com'era fatta. Ed entrambi sapevamo come sarebbe andata: proprio com'era andata per noi.
(Jim Thompson, "L'inferno sulla terra" - 1942)
In treno, leggo su Left una bella intervista a Jovanotti.
Il suo approccio induttivo, africano, la questione del peer to peer, il file sharing. E un concetto che mi cattura. “Viviamo in un mondo multitasking, in cui tieni aperte contemporaneamente più parti del cervello. Se è una disgrazia non posso ancora dirlo. So solo che come artista devo vivere di cambiamenti. Cercando d’interpretarli. Sempre".
A Carpi mi viene questa idea del vivere l’assemblea come fosse un unico cervello collettivo. Lo chiamiamo Pier-Piera, perché nato dalla fusione dei maschi e delle femmine. Sono alunni di un istituto professionale, evidentemente ispirato da buoni insegnanti. I ragazzi sono ricettivi, partecipativi. Solito blocco coi foglioni. Solito pennarellone. Solito teppistello che viene coinvolto suo malgrado. E parte la storia. Un viaggio Napoli-Milano, un provino per giocare nelle giovanili del Milan. Stavolta è l’alcol il protagonista. Funziona. Stupendo, magia pura. Alla fine il racconto collettivo s’intitolerà: “’Na munnezza”. Suona la campanella. Una ragazzina si rammarica perché voleva andare avanti, un ragazzino mi chiede se può strappare il foglione e portarselo via. Dice di essere un sadico, con quel faccino. Gli chiedo se tortura le lucertole. “Le decapitavo", risponde, "Ora lo
faccio con le persone”. Gli accarezzo la testa, sorride e se ne va col foglione sottobraccio. Un altro, un biondino dagli occhi dolcissimi, rinuncia alla ricreazione per parlarmi. Vuole scrivere questa storia che abbiamo concepito con Pier-Piera. Gli dico che è una bella idea. Ne sta concependo un’altra, ambientata a New-Orleans. Gli do la mail. Spediscimela.
Mi ha scritto Nicolas, il ragazzo di origini angolane che ho incontrato sul treno la volta scorsa. Stava discutendo con un suo coetaneo rasta, mezzo dominicano e residente a Castell’Arquato. Entrambi con marcato accento emiliano. Musica, Africa, cultura hip hop. Tupac, Jimy Hendrix, Woodstock, “L’ultimo Re di Scozia”, i rocker dannati che muoiono a ventisette anni, i tribunali di riconciliazione di Nelson Mandela, il Ruanda, il destino del continente. Tutto così interessante che non ho potuto evitare d’intrufolarmi. Un giorno pagherò questo mio viziaccio.
Non so se lo dico col cervello in assetto “multitasking” o “Pier-Piera”, comunque ho notato che scrivi pure bene, Nicolas.
Questo blog è anche tuo, se vuoi.

Di tanto in tanto è bello immergersi nel cuore dell’Emilia.
Mi hanno invitato a Carpi, per un ciclo di conferenze nelle scuole. Era da un po’ che non viaggiavo in treno e che non incontravo i ragazzi. La seconda esperienza è stata incredibile. Un istituto professionale, primo anno. In cento, di tutti i colori,
seduti a terra. Introduce la psicologa del Sert. Mi hanno appena spiegato che vogliono recintare la scuola con la corrente elettrica, perché durante la ricreazione entrano gli spacciatori. Eroina. La fumano, già a quattordici. Li vedo. Sono un gruppetto e stanno ai lati della palestra, defilati. Le femmine, più interessate e partecipi, sono sedute in prima fila. Una indossa lo chador, è bellissima e manifesta un’attenzione lontana. Inizio. Presentazione, professione, quattro cavolate sul lavoro, sul personaggio, sulla criminologia e blabla. Li guardo in faccia. Chi si dedica alle unghie, chi mi fissa in cagnesco. Qualcuno è già a casa col cervello. Panico. Provo a continuare per la mia strada. Ma un camion di diffidenza s’è messo di traverso, inutile frenare, impossibile continuare. Allora sterzo bruscamente ed esco fuoristrada. La mia dolce metà e i prof strabuzzano gli occhi. Anch’io mi stupisco dell’azzardo. Portatemi un blocco di carta. Pennarellone. Okay, ragazzi, adesso scriviamo una storia di droga tutti
insieme. Gli occhi tornano a me per un istante, qualcuno accetta la sfida. Forza, sparate un nome. “Giacomo” grida uno. Forza, inventiamoci un luogo, una situazione. I piccoli teddy-boys, ora appoggiati alla spalliera, sparano cavolate, spavaldi. E io scrivo tutto quello che mi suggeriscono. Restano spiazzati. Si va avanti. Un lenzuolo di appunti. Rileggo. Una marea di cose scollegate tra loro. Mi sento come un trapezista che s’è lanciato senza rete, SUDO. Come d’incanto i fili si annodano. Mi volto, chiedo, non sento, scrivo, accompagno. La storia di un ragazzo che di notte, va al parco, per farsi la sua prima dose di eroina. E la sua fidanzata che cerca di fermarlo. Non svelo intreccio e finale, resterà un nostro segreto. Però ricorderò per sempre quel faccia-da-teppa appoggiato alla spalliera. All’inizio mi guardava con disgusto. Quasi tutti i dialoghi sono stati i suoi. Sapeva di cosa parlavamo, ed è stato il migliore.
Campanella. Sembra un gong di fine ripresa. Mi siedo all’angolo, mi portano l’acqua. Pacche sulle spalle, mi riprendo. Giusto in tempo, parte il secondo round. Altri cento. Evvài. Presentazioni, due blabla, pennarello. Chiedo un protagonista. “Un gatto!”, grida il bulletto di turno. Tutti giù a ridere. Io scrivo “Gatto” sul blocco e gli dico bravo. Lui alza le sopracciglia. E poi? “Un ragazzo.”, suggerisce la ragazzina accoccolata tra le gambe dell’amica del cuore. Da lì in poi ci seguiranno. Nome? “Jacopo!” gridano in tanti. Resto basito, non solo per motivi personali. Ma anche statistici. Il cervello collettivo di quei ragazzi, in momenti diversi, con persone diverse ha prodotto due nomi pressoché identici. Mi piacerebbe capire perché. Forse qualcosa che riguarda la cronaca locale? Putroppo anche l’eroina segna un trait-d’union. Dopo un quarto d’ora di crescendo rossiniano, mi accorgo che sul blocco ho scritto:
“Droga”-“Gatto”-“Jacopo, 18 anni”-“Graziana, 7 anni”-“Modena”-“Milano”-“Eroina”- “Genitori morti” - “Affidamento”- “Treno”.
Nuovo balzo senza rete, con doppio salto mortale carpiato. Anche stavolta fila liscio. Anzi meglio. Alla fine, steso il lenzuolo di scottante materiale, tiriamo le fila, risolviamo i problemi, calibriamo gli snodi narrativi. Ci documentiamo, aggiriamo ostacoli. Come ciliegina finale chiedo tre dialoghi di raccordo. Faranno da ossatura al componimento. Con l’ultimo dialogo, proposto timidamente da una ragazzina con la t-shirt a righe, si compie il miracolo. La battuta finale ribalterà la tragedia in commedia. Davanti ai loro e ai miei occhi, si è sciolto il sangue di San Gennaro della narrazione. Il demone del racconto vince la realtà, la inghiotte, procedendo virtuoso. Nell’uscire, la ragazzina mi sfila a fianco e dice grazie.
“Grazie a te”, rispondo.
Poi visita al Mac’è, tortellini di zucca con aceto balsamico e viaggio in treno, dove ho conosciuto Nicholas. Studente bolognese, angolano, piccolo fan di Jimy Hendrix. Ma questa è un'altra storia, di cui parlerò solo col suo permesso.
A sabato prossimo, mia bell’Emilia.
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