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mercoledì, 16 settembre 2009
Western Story

Stanotte, in tivù.
Durante una manifestazione della destra americana, uno ha sollevato un poster con la scritta "Obama Care" e la falce e martello al posto della "C". Poi c'era un'immagine di Obama rappresentato come selvaggio, seminudo tra piume e banane e una serie di scritte in slang da savana, compreso un Bi(n)g Bang che mi è parso un richiamo al celebre "Bingo Bongo" con annessa critica al razionalismo evoluzionista e al Big Bang.

Un semiologo potrebbe studiare a lungo quel manifesto e ciò che rappresenta.

Disgustato, mi sono ritirato nella mia seduta preferita. Ho aperto un libro a caso: "Tutti i racconti western" di Elmore Leonard (Einaudi-stile libero) e mi sono letto l'ultimo, sempre casualmente. Giuro. S'intitola "Il ritorno dell'eroe".
Bo Catlett, uomo di colore reduce dalla guerra Ispano-americana a Cuba, arriva ferito in un paesello del sud per incontrarsi con il capitano Early, eroe di guerra per meriti acquisiti durante la conquista di una collina. Mentre Catlett aspetta, i cow boys lo bistrattano. Nessuno crede che un negro possa aver combattuto per il Paese. Al massimo quelli potevano badare al bestiame, o uccidere animali selvaggi con una lancia. Un cow-boy più ubriaco e razzista degli altri lo sfida a duello. Catlett recupera lucidità e orgoglio e accetta, però l'arma la deve scegliere lui. Sfodera una sciabola che attesta la sua presenza in battaglia lasciando tutti brasati.
Alla fine arriva il capitano Early, abbraccia Bo e si riprende la sua spada. In verità lui era stato stato ferito alle chiappe bianche, furono le chiappe nere di Catlett a conquistare quella collina al posto suo.
Dialogo finale tra il soldato e il capitano, eroe suo malgrado:

- Me la dice una cosa? A cosa serviva, questa guerra?
- Perché abbiamo combattuto gli spagnoli, intendi?
- Già, me lo dica.
- Per liberare dall'opressione la gente di Cuba. Sollevarla dalla dominazione spagnola.
- Ah, proprio come pensavo io.
- E sei andato in guerra senza sapere il perché?
- Più o meno lo sapevo, - disse Catlett. - E' solo che non ero sicuro.


***

Quel manifesto, questo racconto. Un chiaro esempio di sincronicità junghiana, che volevo condividere.
Perché a me mette i brividi.


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lunedì, 20 ottobre 2008
Un uomo d'azione


“Dobbiamo sempre cercare l’ideale nel reale, il domani nell’oggi.
Il futuro deve essere cercato e costruito nel presente.”

"Si é antifascisti quando si rispetta l'Altro, quando se ne riconosce la legittimità nell'atto stesso di contrastarlo e di combatterlo, quando non si pretende di distruggerlo e nemmeno di assimilarlo, cioè di ridurre il suo pensiero, la sua identità al nostro pensiero, alla nostra identità. L'Antifascismo é l'ansia di intervenire contro l'ingiustizia, piccola o grande che sia, di intervenire contro ogni minaccia di libertà; é pluralismo politico e sociale, cioè legittimazione delle differenze; é la democrazia come partecipazione e non solo come garanzia; é il rifiuto di ogni delega globale"

"La politica non è solo comando, è anche resistenza al comando,
non è, come in genere si pensa, solo governo della gente,
politica è aiutare la gente a governarsi da sé."


«Nonostante le sue nequizie ho sempre amato il mondo, ed esso mi ha ricambiato»

Vittorio Foa (1910-2008)

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giovedì, 28 agosto 2008
Chi ha paura dell'uomo nero?


Il siparietto alla convention di Denver mi ha colpito. Michelle ha appena finito di parlare e si posiziona sul palco, insieme alle due figliolette. Lui arriva in collegamento video, saluta dallo schermo. La figlia piccola urla:
"Hallo, daddy!"
"Sentito che discorso la mamma?"
"E' stata brava!", urla la piccola.
Sembrava una scena dei Robinson, più che un consesso politico dove si progetta il futuro. Attenzione, dico "Robinson", con le melensaggini di fine Ottanta, inizi Novanta, non "i Jefferson", che si affacciavano negli eighties pieni delle contraddizioni del decennio precedente. I Robinson sono la black middle class di terza generazione, pacificati, messi al servizio di un sano, antico "way of life". I loro problemi sono principalmente di natura famigliare, più che sociale. Nel vecchio telefilm, "i Jefferson" sono neri arricchiti, guarda caso con le lavanderie a gettoni. Metaforicamente, lavando i panni sporchi dei bianchi. Ma George e Louise litigano di continuo. Lui è misogino e razzista verso i bianchi. C'è nervosismo, la colf di colore, il figlio che si mette con la figlia dei vicini, promiscui. Permangono le contraddizioni e i sensi di colpa della prima borghesia nera che si butta ad assaggiare la sua fetta di torta, tra chiacchiericcio, parrucchiere e capelli cotonati. Dagli anni Settanta, invece, arrivava "Sanford & Son". Padre e figlio che gestiscono un robivecchi, tra incubi da working class, disillusione e ricatti morali. Due ai margini, forti solo del loro legame di sangue e colore.

Ecco, gli spin-doctor di Obama stanno mettendo in scena il sunto di tutto questo, scavando nell'immaginario recente dell'America black, e del modo di raccontarla dei bianchi. Una parabola edificante che parte dalle antiche origini africane, percorre la durezza della working class, per abbracciare la middle. In fase Sanford e Jefferson prima e Robinson poi. Ci sarebbe tanto da dire, e alcune perplessità da sinistra, tipo quelle di
Kevin Alexander Gray fanno riflettere. Ma, mi chiedo, cos'altro potrebbe fare il clan Obama, per uscire dal ghetto mediatico, linguistico, immaginifico e conquistare una nazione come l'America? Altro modo non c'è. La sfida è capire cosa ci sta sotto, quanta sostanza, fatta la tara all'apparenza.

Non so quale elemento prevarrà nell'avventura di Obama. La spinta verso un centro inerte, le invenzioni di facciata, l'esplosione del vuoto politico che ha gonfiato la sua mongolfiera. La sconfitta per opera di un vecchio marpione che conosce l'America profonda e i tempi in cui viviamo, e giĂ  vola nei sondaggi.
Oppure la svolta-in-sé. L'affermazione di un cambiamento prima di tutto simbolico, che saprà via via dotarsi di struttura, dando al mondo quell'impronta che tanto ci serve in questo tempo pauroso e bloccato. Una cosa che non sarà innovazione vera, ma ne rappresenterà la copertina. Di un libro magari da scrivere insieme.

Faccio fatica a vedere cosa sarà. Però mi sono abituato a valutare il peso del sasso gettato nello stagno dal tipo di rumore che fa l'acqua putrida. Che oppone  la sua resistenza, tanto più forte quanto più pesante è il sasso.

Obama lo vogliono ammazzare, non solo sconfiggere.
In tanti. Sarà parte della messinscena? Non mi pare. Questo mi basta, per incrociare le dita e tifare per lui. Per i Robinson, per George dei Jefferson e soprattutto per il vecchio Sanford, che quando il figlio voleva lasciarlo fingeva di avere un infarto.

Per tenere insieme quello che rimaneva di salvabile.




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venerdì, 08 agosto 2008
Baby Dèmf


    Il posto dove siamo andati, senza di te avrebbe avuto un altro senso.
    La nostra gabbia dorata intorno alla povertà.
    Ti ho visto, sei cambiato, sei cresciuto, osservavi tutto.
Scommetto che ti sei chiesto perchè quelle donne velate, che facevano il bagno tra le nostre boe, venivano cacciate col fischietto. Ma solo per un attimo, perchè poi ti buttavi nel mare, nella sabbia e nel bel pieno di umanità simpatica che ti circondava.
    Quelle bimbe-mamme che ti adottavano, un bimbone gigantesco che ti cercava con le sue palline rimbalzanti. E la sera, al rientro, trotterellavi nudo nella hall, bagnato e inzaccherato, mentre gli altri scendevano a cena, tutti azzimati.
    E poi la mitica "baby-dance". La "dèmf", la chiami. Stamattina ti sei messo a riprodurla a tuo modo, con sotto De Andrè.
   
    A volte, ti fermi, così. Come in questa foto. E ho l'impressione che rielabori già le cose.

    Abbiamo seguito insieme un telegiornale italiano, da laggiù. E "Veline".
Non ti faceva lo stesso effetto della "dèmf". Avevi uno sguardo più serio.
Ho cambiato subito canale, perchè quello che stiamo diventando tu non possa intuirlo, neanche per sbaglio, neanche da lontano.

Una volta spedito l'esercito per le strade.
Una volta armati i vigili.
Una volta scattate le ronde, e i divieti di pescare nei cassonetti.
Una volta ridotte le donne a merce e la diversità a minaccia. Una volta messi di fronte a foto da analizzare nel dettaglio, come QUESTA.
Che portano filate a drammi come QUESTO.

Una volta toccato il fondo umano, cosa resta? Le villette? Il denaro? Il lifting?
Le gabbie dorate?

    Farò quello che posso. Cercherò di spiegarti che il futuro non sta nei divieti, ma nelle scelte.
    Rifiutare gli eserciti, le armi, la violenza, sono buone scelte.
Cercherò di spiegarti che quelle donne col velo, se non possono fare il bagno nel loro mare, finisce che s'incazzano.

Vorrei farti capire che l'unica cosa da cui mettersi al sicuro è la disuguaglianza, la povertà.
D'animo, soprattutto.

Ma spero che sarai tu, a spiegarmelo. Che quelli della tua generazione sapranno spazzare via questo mostro illogico, cariato e puzzolente, che divora se stesso.


Insabbiando con gioia e la vostra "dèmf" il rumore stonato di cose vecchie e stantie.

Hasta la dèmf, siempre!




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venerdì, 11 luglio 2008
Tammurriata Nera

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lunedì, 30 giugno 2008
Pipistrelli

Sono passati tanti anni. Tanta acqua sotto i ponti. Ma la notte d'estate padana, umidiccia e morbosetta, non la dimentico. Così piena di ingenuità, di sigarette e zanzare. Così ricca di passioni, stranamente pigra ed entusiasta assieme.

"Dove ci porterà questa strada?"
"Credo… Verso il mare…"

Profetico.




P.s.:

Grazie, Gianni.


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giovedì, 19 giugno 2008
Nepotismo




La settimana scorsa sono tornato nella mia bela piasëisa, reclutato come attore!



Ne è venuta fuori una cosa molto carina e poetica, grazie al regista Sergio Mastronardi.
"Vertigine"
- questo il titolo del corto - ha ricevuto un premio. Complimenti a Sergio. Il lavoro di cui parlo lo trovate QUI, l'ultimo della serie. Chi ha realizzato il sito, non ha tenuto conto di alcuni dettagli tecnici. Per visionarlo dovrete aspettare che si carichino tutti, per qualche minuto.

Se avete pazienza e voglia, vedrete lo Scorpione materializzarsi dal volto del
suo mitico zione, Artemio, di cui non ho trovato foto migliori. Mi scuso con il suo agente.

Dopo Pino Zimba, ormai è l'idolo assoluto del cinema nostrano!

Qui sotto, il nipote della star ritira la statuetta d'oro come miglior attore non protagonista.


P.s.: guardate anche gli altri. In due casi ne vale la pena.
P.p.s.: appena metteranno su Youtube una versione
del video più "agevole", la allegherò.


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lunedì, 09 giugno 2008
Panni sporchi


Ieri, al tiggì, ho visto le immagini di un agguato della 'Ndrangheta.
Sul lungomare di una località che non ricordo, ricordo che c'erano sedie di plastica, sul marciapiede. I sicari arrivano in moto, nell'ora di punta, in mezzo alle gente, colpiscono un pregiudicato. Non riescono ad ammazzarlo, lo feriscono soltanto, e uno dei due perde la pistola per la strada. Due ragazzotti imbranati, sicuramente. Non ho potuto fare a meno di pensare a Marco e Ciro, detto "piselli".
Dopo questo film si pensa in modo diverso a tante cose. Ai solarium, ai matrimoni, a Venezia, alle tigri di ceramica, ai vestiti delle star di Hollywood, alla monnezza, alle pesche, alle ruspe, ai ciccioni in infradito e bermuda sulla spiaggia.

"Gomorra", il capolavoro che sognavo da tempo.
Come il libro, inaugura un genere. Non saprei come definirlo. Fiction-docu (anziché il contrario), neo-neo-realismo, italianoir. Qualsiasi etichetta, forse, starebbe stretta. Una cosa è certa, si tratta di una di quelle pellicole che cambiano l'immaginario. Dopo averlo visto, i vari Scorsese, Kitano,
Coppola, diventavo vecchi d'un colpo, evaporano come pigri vampiri al sole. Pigri perchè hanno saputo succhiare dalla mafia criminale solo la patina esteriore, resa poi estetizzante, messa al servizio del cinema. Anche il neo-verismo brasiliano, stile "Central do Brasil", piega la realtà a un senso della messinscena che qui non esiste. Qui è il cinema che si mette al servizio della realtà. In toto. Mi viene in mente solo un capolavoro precedente che si avvicina per tanti aspetti: "La battaglia di Algeri" di Gillo Pontecorvo.
"Gomorra" succhia il midollo, e arriva al cuore. Anzi, al fegato.
Non giudica, non riflette, osserva. La telecamera a mano sembra calarsi dove la realtà non è filtrata, non è filtrabile. Col tempo manco ci si accorge più del filmato. Si è lì, tra le vele di Scampia. Dove tutto è un continuo trasloco, ma l'unico trasloco vero è quello dello Stato, delle istituzioni. Inesistenti in qualsiasi forma.
L'unico divieto rispettato è quello dei portantini, che impediscono agli sgherri di seguire la bara in obitorio. L'unica croce svetta sul letto di un malato terminale, che si vende i terreni per infilarci rifiuti tossici.

Una guerra. Con le trincee,  gli ordini, gli insubordinati, i graduati, le truppe, i civili, le incursioni, le ritorsioni. Gli spari improvvisi, da fuori campo, da destra, da sinistra, mai coreografati. Come quei filmati dall'Iraq, dove anche la telecamera resta sorpresa dall'irruzione improvvisa della violenza. Una logica ferrea e bestiale governa e conduce i fatti. Occhio a danzare per strada, siete come i ragazzi di Gaza. Qualcuno arriverà a punirvi. La necessità dell'autorganizzazione, la fine tragica dell'autorganizzazione. Tutti si fanno capire, ma nessuno sa parlare. Le parole vengono ripetute, i concetti sono basilari. Come i riti di iniziazione. Stai con me, stai contro di me. Come in ogni guerra, la prima causa, o la prima vittima, è la cultura. Fosse anche quella delle antiche sartorie. L'abisso drammatico è proprio quello.
Gliel'ho sentito dire anche ieri notte al vecchio Arnoldo Foa. "Viviamo in un tempo perso, senza cultura".

Questo film squarcia un velo. Sdogana un mondo. Rompe con fragore l'ingranaggio di Lucignolo, di Vespa, di Mentana, degli addormentatori sociali.
Qualcuno, infatti, l'ha criticato. Gasparri, qualche peones, Afef. Ecco, sì, Afef ha criticato il film. Non fornisce una bella immagine internazionale dell'Italia, dice. I panni sporchi vanno lavati in casa. Io li laverei in casa di Afef. La strapperei dalle vele dei suoi yacht e la calerei nelle vele di Scampia. Afef che critica Gomorra mi induce pensieri demagocici e malsani. Roba che entra nella struttura del capitalismo, nelle logiche di mercato, arriva a Telecom, alle svendite, agli accordi, ai carrozzoni di stato, ai furbetti, alla fine della cultura. E poi, giù a cascata, torna a Scampia. Afef è in grado di farmi fare 'sti viaggi.

Peppino Impastato definiva la mafia "una montagna di merda". La camorra scava, e le montagne le seppelisce. Poi nascono strane pesche.

Ecco sì, alla fine gli offirei una bella pesca alla signora Tronchetti-Provera.
Prima lavandola, s'intende.

Bansky, "Carwreck"
"Waterlilies"
"CCTV"




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martedì, 27 maggio 2008

Stamattina di buon ora mi chiama Kerkov, dagli Stati Uniti.
– Come eravamo… – è l'esordio. Aveva una punta di rimpianto nella voce.
– Allude al dibattito interno, vero? – rispondo – Allucinante. C'è il paese incendiato da tensioni razziali, economiche. E questi passano il tempo a dibattere sulle geometrie. E basta Unione, e il nuovo conio. Tutta forma, sempre forma. Quello perde a Roma e lo promuovono ai servizi. Davvero allucinante.
– Tutti gli uomini del presidente… – ribatte, mesto.
– Eh, già, rispondo. Il vecchio baffetto riunisce i suoi e fa filosofia. Tre giorni in convento suscitano pensieri alti.
– I tre giorni del Condor…
Rido. – Sì, quando si fa filosofia sono contento, però bisognerebbe trovare il modo di farla insieme, anzichè ognuno per conto suo…
– Corvo Rosso non avrai il mio scalpo… – bofonchiò Kerkov.
– Potrebbe dirlo la Binetti, eh? Beh, spero che però lorsignori si facciano sentire. Tocci ci pungola, ed è bravo, ma il resto. Cosa dice il cattolico del progresso in un paese che brucia? Cosa dice dei Rom, dell'inclusione sociale, del nostro quadro umano? Dovrebbero essere gli avamposti della nostra politica sociale, invece…
– La Mia Africa…
– Altro argomento importante. Ho sempre pensato che serve una visione larga del mondo per…
CLICK
Riattacca, e mi pareva piangesse.
Perplesso, rimetto in fila le sue frasi.

"Come eravamo"…
Qualcosa di grosso, penso, che ha a che fare con la sua generazione.

Poi accendo, sento il telegiornale e capisco.



Sidney Pollack, luglio 1934 - maggio 2008



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martedì, 06 maggio 2008
Prima Vera

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martedì, 22 aprile 2008
Giovani suoni































A un certo punto, su quel foglio a sinistra c'era scritto:
- "Piacenza" - "nuvoloso" - "scuola"
- "cavallo" - "notte" - "quello che mi permette di risolvere i problemi" - "quello che mi permette di tenere lontani i problemi" - "transessuale" - "Andrea" - "un bullo" - "un'amica" - "un ciccione" - "discoteca".
Alla ricreazione pensavo di morire: triplo salto mortale con avvitamento, senza rete. Poi, la magia.
Le storie sono scritte lassù, da qualche parte, basta trovarle. Basta crederci, basta vedere quegli occhi pieni di vita e di curiosità.
Se ne dicono tante, sembra sempre tutto perduto.
Ma la scuola, oggi, è una cosa stupenda.

E questa generazione, pure.

Punto.

Due punti.



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lunedì, 07 aprile 2008

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giovedì, 03 aprile 2008
Tanta mahna


Tutte le sere, tutte le sante sere. Un tempo c'erano le favole, questi vogliono Youtube. Siccome internet è l'interfaccia col nostro passato, ecco che vado a pescare cose antiche. E mi accorgo che le migliori animazioni degli anni settanta erano italiane. Grazie alla poesia di Francesco Misseri. "Mio e Mao", e la loro curiosità naturalistica. "Quaq quao", con il suo  straordinario
messaggio di contaminazione linguistica e culturale. L'ippopotamo impostato al bel canto, figlio della moderna effettistica superficiale.
Comunque, sfido chiunque a reggere la titanica sfida. Essere costretto a guardare questo e riuscire a ridere, sempre.
Tutte le sere.
Io ci riesco.

Jacopo visto da Isabella De Filippo

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mercoledì, 12 marzo 2008
Debutto in societĂ !
































 


















Jacopo/Jacob (Julia 114)



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giovedì, 21 febbraio 2008
Piccola recensione di un film mai visto (ovvero: "Calmiamoci, ma che la Taranta scuota le nostre membra borghesucce")

Il lutto borghese è una costante del nostro ultimo cinema. La Stanza del Figlio, il senso di colpa dello psichiatra e il viaggio verso la Francia per ritrovare un equilibrio dopo la scomparsa del primogenito. In Caos Calmo, la morte della moglie e l'uomo di successo che decide di "fermarsi". Si siede sulla panchina, davanti alla scuola della figlia. Rielabora, e tutto torna a girargli intorno. Riscopre gente, sapori, odori. Il fratello. La droga. Il viaggerello iniziatico e rielaborativo, insomma. Il bilancio.
È certamente un'operazione interessante, i piccoli sconquassi della medio-borghesia (laica), molto maschile, molto media.

L'altro giorno, a Napoli, in mezzo all'immondizia, uno ha ucciso suo fratello a martellate e poi lo stava squartando. Ecco, mi chiedo, chi si spinge a portare fin lì il racconto? Scavare davvero in profondità, come fa Caino. Che tutti tocchino Caino. Dobbiamo sapere cos'ha fatto, perchè. Non me ne frega niente di Abele. Non mi interessa la calma violata. Voglio capire la violenza.
Il giorno di San Valentino, in un paesino pugliese, è morto Pino Zimba. Pregiudicato, faccia patibolare, mediterranea, suonatore di pizzica. Su Youtube trovate
i suoi concerti e le emozionanti immagini del suo funerale. Mentre la bara esce di casa per l'ultima volta, la folla suona il tamburello, a ritmo sincopato. Come quello di un cuore che continua a battere. Batte. Batte. Batte.

Zimba interpretò "Sangue Vivo" di Edoardo Winspeare. Un noir shakespeariano ma mediterraneo, ambientato nel
profondo Salento, coi sottotitoli, con la frenesia della Taranta a battere il tempo, con eros e thanatos, pistole, tradimenti e fratelli che cercano se stessi.

Un altro modo di declinare argomenti simili a Caos Calmo. Che magari non siede sul divano della Dandini, ma sicuramente racconta di più.

Diciamo che Caos Calmo parla al cervello, vota PD.
Anch'io voterò PD, col cervello. Ma il mio cuore è con Zimba. Sempre.



opere di Robert Longo
Pino Zimba



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martedì, 22 gennaio 2008
I due Neville

"Nei giorni come quello, in cui il cielo era coperto di nuvole, Robert Neville non era mai sicuro di quanto mancava al tramonto e a volte li trovava già nelle strade, prima di riuscire a rientrare in casa."

Il romanzo di Matheson è tra i miei preferiti. Ho visto tutti i film tratti - anche alla lontana - da quel topos narrativo. Qui, un dettagliato reportage. La buona fantascienza proietta in scenari plausibili le paure ancestrali. La solitudine, la fine del nostro prossimo, ormai ridotto a vampiro. La notte. Il sangue. Il nostro passato ridotto a simulacro, gli affetti persi per sempre. Allora sono andato al cinema. Non pensavo di uscirne così provato. In qualche modo, uno dei film più brutti che abbia mai visto è stato all'altezza della sfida. Mi ha fatto capire dove si proiettano le paure del nostro tempo. L'uomo solo è ipertecnologico, anzi è il migliore degli scienziati. Il prototipo umano-americano, solo lui sopravvive. Il prototipo umano si chiama Robert Neville è nero, simpatico, si veste figo. Non si fa prendere dalla depressione, ha un fisico da body-builder, frutto di esercizi quotidiani. Va a caccia di animali in computer grafica e di dvd, che pesca dal suo vecchio mega-store, dove poi li ripone ordinatamente. Ci tiene a mantenere in piedi il suo antico ordine sociale. Si approvigiona delle cose in modo composto. Utilizza corrente elettrica proveniente chissà da dove. Il Robert Neville di Matheson usava aglio, specchi e assi inchiodate per tenere lontani i vampiri. Questo, ha minato tutto il quartiere con bombe al fosforo, stile Iraq. Il Neville di Matheson aveva un laboratorio così: "
La parete era quasi interamente occupata da un bancone con il ripiano di legno grezzo ingombro di una grossa sega a nastro, di un tornio da falegname, di una mola a smeriglio e di una morsa. Al di sopra, sulla parte, c'era una mensola occupata da una distesa disordinata degli attrezzi…": Questo ha un super laboratorio con vetri in plexiglass, gabbie con cavie, elettrocardiogrammi, strumentazioni. Quell'altro centellinava la benzina, questo spacca di brutto col gigantesco Suv. Il Neville di Matheson era un capolavoro di sopravvivenza illuministica, coi dubbi e i travagli della situazione. Questo ascolta Bob Marley, che gli suggerisce che uno ce la può sempre fare. Il Neville di Matheson cerca di ricostruire il suo mosaico, stringendo i denti. In fondo è lui il mostro anomalo, in mezzo alla nuova atroce normalità. Il Neville di oggi è il buon padre di famiglia che ha promesso ai suoi cari e a se stesso che lui "sistemerà le cose". Sistemare le cose, la frase più ripetuta. Il Neville di Matheson riconosceva i vicini, tra i vampiri. Questo lotta contro mostri ipercinetici, glabri e indistinti, sempre guidati dallo stesso urlatore fanatico, che esce dallo stesso buco-grotta. Anzi, a un certo punto invece di uscire manda degli orridi cani glabri. Potrebbe benissimo seguire in missione i cani-kamikaze, il sole se n'è andato, ma no, se ne sta rintanato. Tutta l'umanità malata concentrata in quell'unico, piccolo anfratto. Come fosse una grotta del Waziristan. Entrambi i Neville conosceranno una donna. Quella di Matheson sarà il segno di una speranza delusa. Quella di oggi è un segno di Dio. Il Neville di Matheson si strugge. Questo diventa San Tommaso, grida il suo dubbio su Dio. Finchè, poi, ce lo fanno vedere loro cosa significa un deus ex machina (in senso letterale) che "ti sistema le cose" per benino. Ecco il redento, il cristiano rinato nel fuoco. Il Neville di ieri eravamo noi. Quello di oggi è Will Smith, con tutto quel che ne consegue. C'è la terra promessa, nel Vermont. Dio, l'America. Io sono leggenda. Leggenda è martirio.

Il Neville di oggi non sa più restare solo, ha bisogno degli spettatori.
Questo è il suo problema. E forse anche il nostro.




illustrazioni di:
Max Schindler,
Claude Serre,
Brad Holland,
Clay Bennett
elle©ì




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lunedì, 14 gennaio 2008
Free-style

Facciamo finta che io abbia un nipote che si chiama M.

Mettiamo che abbia diciassette anni, frequenti un liceo privato e la “compa” di un quartiere bene, col calcio e i suoi derivati a fare da cemento linguistico e modello di aggregazione.
Quando è davanti alla tivù, pensiamolo fisso su Italia Uno. Senza neanche cambiare durante gli spot.
Mettiamolo sul motorino, su Youtube, a sfidarsi con gli amici a cinghiate, per ridere. Ipotizziamo che abbia fatto in modo e maniera di mostrare quel filmato a membri della famiglia. Magari quelli a cui tiene. Proviamo a pensare che M. non abbia nemmeno un amico con la pelle di altro colore. Mettiamo che il sottoscritto abbia sempre cercato d’interagire con lui, sperimentando le difficoltà comunicative della generazione Q, che poi passa il tempo a fucilare sms e filmati. Ipotizziamo un azzardo: un paio di settimane fa, io che gli regalo l’ultimo libro di Galimberti. Così, prenderlo per le palle, una sfida a cinghiate. Mettiamo il caso che lo veda sincero ma falso, duro ma tenero, pieno di certezze ma confuso. Con tutti i primi termini di questo elenco ben organizzati e in evidenza, come la compostezza a tavola. So che è innamorato di una certa M., ma non ho ancora capito come. Mettiamo che gli voglia bene, e che ieri sia entrato nella sua cameretta. Che l’abbia trovata ordinata e irreprensibile, educata. Come lui. Ipotizziamo che lui stesse giocando a calcio con la Playstation, che io abbia sbirciato i libri, e poi i muri. Balza agli occhi la gigantografia di lui piccolo, tra le braccia del nonno scomparso da poco. Poi, tanti poster sul tema “Arancia Meccanica”, film che abbiamo rivisto insieme mesi fa, tra l’altro. Uscendo, sopra la porta, potrei aver incrociato una bandiera tricolore con la scritta “Fiero di essere italiano”. E l’ultima “o”, magari, era una celtica. Poniamo che gli abbia fatto presente che conoscevo il senso di quel messaggio, e che me ne sia andato. Ipotizziamo il mio silenzio.
Dopo pranzo, magari, sdraiato sul divano, gli chiedo a che ora iniziano le partite. Così, un semplice aggancio, fiutando nell'aria che qualcosa sta per succedere. Mettiamo che M. prende l’iniziativa, fatto inusuale. Pensiamo a lui che si alza, mi dice “ascolta”, e m’infila una cuffia, staccandosi dall’I-pod per la prima volta nella giornata. Magari parte un accenno di house pesante, però lui manda avanti. Magari, vuol farmi sentire un’altra cosa. Gara di free-style tra Fibra e Inoki, frasi rap improvvisate su base hip-hop. Sfida a cinghiate in rima. Si parte dalla denigrazione delle rispettive capacità tecniche, dei “mood” comportamentali, dei vestiti che indossano, fino a chiamare in causa le rispettive mamme, in un’escalation di epiteti e invettive. Batto il tempo sul divano. Poi magari il pezzo s’interrompe e me ne fa sentire altri due - di un gruppo che non ricordo - che parlano di marijuana e di sfida al sistema. Finisce, e gli dico: “Potenti. Ma scuri, con una vena di malinconia”. “Sì, è vero.”, risponde. Potrei fargli presente che, nel primo pezzo, Fibra ha stracciato quell’altro. Immaginiamo che poi gli sparo un bel
“Sai chi è Inoki?”
“No.”
“Era un campione giapponese di Wrestling degli anni Ottanta. Anzi, non si chiamava Wrestling. È uno sport che viene da lontano, dal Messico, pensa. Là si chiama “Lucha Libre”. C’è un rapporto strano tra il Messico, l’America Latina in genere, e il Giappone. Il Perù ha avuto un presidente giappo, un certo Fujimori. Vabbè, insomma, ’sti giapponesi hanno preso la tradizione dei lottatori in maschera e l’hanno fatta loro. Noi la conoscevamo come “catch”. Hai presente l’Uomo Tigre? Ecco, Antonio Inoki era campione di quella roba lì. Poi l’hanno presa gli americani ed è finito tutto in vacca.”

Ride.
“Che coincidenza”, insisto.
“Cosa?”
“Qualche settimana fa ho visto Fibra insieme a Galimberti, alle Invasioni Barbariche.”

“See?!”, risponde M.
“Sembrava proprio una sfida free-style. Con loro due a dire cose simili con stili diversissimi. Fibra è un grande, si sono trovati. Perchè, occhio, quel filosofo che ti ho passato non è uno che se la tira troppo. Nel libro parla anche degli Africa Unite.”
“See?”

“Su Youtube trovi il filmato. Digita “invasioni barbariche fibra”. È spezzettato in tre parti, dieci minuti in tutto.”
“Okay, ci vado.”


Nel tornare col passeggino, sotto l’ultimo sole, abbiamo incrociato chilometri di muri, e barche e stabilimenti chiusi. Con strane ed evidenti compagne di camminata. Ovunque, grandi, piccole, a pennarello, spray, vernice, sul selciato, ai semafori. Si notano solo loro: una tempesta.
Fragolina ti amo… Sono otto mesi che volo insieme a te… C6ST… Alex sei la mia luce, la vita… Sei troppo importante per me, torniamo insieme… Ti amo, Maggie… Ti amo… Ti amo… Sei la mia vita, Dix…
Una proprio enorme, tiene tutto il muro. Voglio fotografarla. Sì, qualche croce celtica, qualcosa sul Genoa, sulla Samp. Ma soprattutto “ti amo, ti voglio, ti cerco, volo, mi manchi, sei tutto”. Componimenti a confronto. Romanticismo free-style, che gronda dai muri, sulle scale, sui vetri, ovunque.
Fateci caso anche voi, certe scritte si stanno decuplicando. Solo certe.
Si sono allontanate dalle panchine dei parchi, abbracciano la città, stracciando quelle politiche, religiose, violente, calcistiche. Un fiume di parole che sembrano non significare niente.
Ma non ne sarei così sicuro.

Ecco, poi mi sono incazzato. Secondo me, la cosidetta “commissione valori” del PD, anzichè far entrare Giuliano Ferrara, dovrebbe far entrare un cicinino di quel che comporta tutto ciò. Anche poco, eh. Fibra, per esempio, non sarebbe un ospite inquietante.

Non è che “laicità”, magari, significa anche “fatica”?

E voglia di leggere i muri.


“Ogni volta sperimento come, nel contesto di una struttura che veramente favorisce la creatività personale e di gruppo, ogni giovane è gioiosamente meravigliato di quanto riesce a esprimere e ascoltare; mi chiedo in qual modo sia possibile consolidare, approfondire e moltiplicare ampliando queste occasioni affinché riescano a inceppare e sbrecciare i meccanismi del dominio, tuttora vastamente imperanti: per riuscire a interrompere il circolo vizioso fra dilagante necrofilia inconfessata, disperazione per mancata creatività e informazione deformata, aberrante.”

Danilo Dolci, "Dal trasmettere al comunicare", ed. Sonda.






Chris Appelhans,  "Electricity"
Cosplay a Lucca
Alex Toth (?), "Zorro Fight"
Chris Appelhans,  "Music"


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lunedì, 07 gennaio 2008
Diritto di respirare

Ieri, sull'autobus, c'era corrente e volevo chiudere un finestrino. Un tizio ha ringhiato. "La gente ha il diritto di respirare, non c'è solo vostro figlio!". Ne è nato un alterco sgradevole. Poi ho notato che il tizio parlava da solo, probabilmente una persona malata, sofferente. Siamo stati la miccia, ha proiettato su di noi il senso della sua giornata. Mi ha lasciato una sensazione di vulnerabilità, di vuoto. La stessa di cui parla Lorenzo Jovanotti a proposito degli spettacoli di Beppe Grillo, da cui si esce svuotati, non carichi. Come "le Jene", "Striscia". Certa indignazione svuota, anziché riempire. Sensazione gelida. Come i saldi, le vetrine degli outlet, i viaggi esotici. Solitudine al botulino, folla compressa. Spot che vendono suonerie con gli animaletti carini a utenti che non hanno mai visto animaletti veri, che s'inteneriscono senza avere grammatica degli affetti. Giganteschi Hummer incastrati tra i vicoli. La generale caduta del pudore: tutto si privatizza e nel contempo si perde dimensione privata. Un progetto incredibile: renderci tutt'uno, pronti a scambiarci messaggi e intimità a valanga: un prodotto, modulare e interscambiabile. Un gigantesco Hummer chiuso in un vicolo. Galimberti scrive dell'ospite inquietante che alberga nei ragazzi. Il nihil, il vuoto, il paranoid park. Come potrebbe essere altrimenti? Si vive nel liquido, dice qualcun altro, ma senza branchie. In apnea. Giorgio Ruffolo, in questi giorni, ha fissato su Repubblica parole lucide. Riguardano il capitalismo, l'equità, il progettare futuro. Quest'economia soverchiante, ansiogena, che vortica su se stessa. Con le sue nuove presenze - la rete, i soggetti dell'oggi - e la sua drammatica nuova mancanza: madama felicità.
Io, umilmente, non ho tanta voglia di cadere vittima di 'sta roba. Se c'è il dàimon ci dev'essere anche l'eu-daimon (il demone buono, Geppo il diavoletto). La crisi, forse, è il rimedio. Ieri, a messa, tutti si stringevano la mano cantando, coi bambini che disegnavano coricati sotto gli altari. La chiesa straboccava, informale e spontanea, ben guidata. Ci sono andato non per mia scelta, causa benedizione bimbi, ma non mi vanto di questo. Sono attirato dalla gioia naif e gospel di una comunità che mi è estranea in tutto se non nel fatto di essere comunità. Mani che si cercano, baci al simulacro del bambino, carne, canto. De André, dopo la tragica esperienza sull'Hotel Supramonte affermò: «Ho sempre detto che Dio è un invenzione dell'uomo. E tuttavia con il sequestro qualcosa si è mosso: non che abbia cambiato idea, ma è certo che bestemmiare oggi come minimo mi imbarazza».

Siamo sequestrati, mettiamola così. Imbarazzarsi dopo il sequestro, sarebbe già una conquista, alla ricerca di una
nuova comunità.
Basta pessimismo. Alla fine, poi, ci sono questi otto dentini che scendono dall'autobus, la camminata goffa verso la fontana. E, di sera, dovete vedere l'effetto che fa John Lee Hooker vicino a un fasciatoio.

Qualcosa si muove. Quel finestrino alla fine è rimasto aperto, e noi ci siamo stretti intorno al bambino per proteggerlo. Il nostro Hummer, chiuso in un vicolo aperto.

Proposta di legge: un John Lee Hooker vicino ad ogni fasciatoio!



Debra Goertz, "Rush"
Roland Becerra



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lunedì, 10 dicembre 2007
Encicliche

Il professor Anatoli Kerkov, noto semiologo situazionista, mi ha telefonato segnalandomi diversi articoli usciti in questi giorni sui giornali.
Questo mi ha fatto riflettere sul senso del limite.
Questo anche, aprendo una ventina di altri fronti di dibattito.
Poi, Kerkov mi ha spiegato il senso delle nuove tesi di Desmond Morris: i gay sarebbero adulti a cui si è interrotta la crescita, non bambini mai cresciuti.
Gli ho ribattuto che gli etero potrebbero essere bambini cresciuti troppo presto, o adulti che non sono mai stati bambini.
Dopo una risatina di circostanza, mi ha raccontato di quella volta che incontrò il suo collega James Watson, a Port Arthur, Texas. Partecipavano a un convegno sulla piscobiologia nei testi di Janis Joplin. In una pausa, Kerkov vide Watson che prendeva a calci un distributore automatico. Desiderava ardentemente le noccioline e quello continuava a sputargli fuori caramelle gommate.
Riattaccando, mi è parso di sentirgli boffonchiare una frase del tipo: "Il problema non è la mancanza di argomenti, figliolo. Il problema è quando ce ne sono troppi."



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venerdì, 07 dicembre 2007
Se

Se Dio è quella cosa raccontata da Benigni per mezzo di Dante.
Se è quel verso del bambino che si stacca dalla mammella gocciolante latte. Quel respiro che vive per intercessione della donna. Quel (re)spirito incontemplabile che unisce lo spazio e il tempo, le cose e le persone in un unico pieno che spinge al bene. Quel nitore eterno e infinito nel quale alla fine si riflette il volto di ognuno di noi. Se è così, c'è.
Però una cosa devo chiedertela, Somma Luce. Perchè ci parli da quello stesso schermo? Quel demone che fa salire uno sul tetto a Omaha, Nebraska, e lo spinge uccidere per diventare famoso. Quel demone usato dall'evaso, per rilasciare l'intervista prima di costituirsi ancora. Quel demone per cui la madre uccide il figlio, e rilascia l'intervista. Il bambino si fa adolescente e vede.
Questo demone del vuoto, che sa essere luce quanto te.
Infima, ma luce.

Perchè il sommo e l'infimo si materializzano nello stesso quanto di luce?

Il primo suono è il tuo, o quell'atomo di carbonio che mi spinge a rimpiangerti?

(Riflessione davanti alla tivù, col bimbo febbricitante fra le braccia, ansioso per il Senato, pieno di pruriti e contento perché Suazo ha finalmente ingranato.)

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giovedì, 15 novembre 2007
Magenta

Si riaffacciano le emozioni.
Il doctor House, nel secondo episodio, è riuscito a portarmi alla soglia delle lacrime. Anzi, una è scesa. È un vero bastardo, credo che stasera comincerò il suo romanzo.
Sto percorrendo boschi, malaventure, i confini dell'ignoto. Ho lavorato fino alle tre. A notte fonda, mi sono sparato una stupenda intervista del mitico Giancarlo Fusco a Sergio Tofano, il creatore del signor Bonaventura. Anzi, lui era Bonaventura. Lo interpretava a teatro, con grazia e respiro soave. Quel milione scritto sul foglio, quel bassotto lungo lungo, anche due fogli. La capacità di stupire con poco: un pennarello, carta, poesia.
Mi ha ricordato Saul Steinberg, un altro grandissimo di cui ho già parlato. Ma Tofano era la maschera. Un'Italia lieve, umile, preziosa. Così lontana da questa, gridata, nervosa, ambiziosa, che si nutre di fame.
Il nuovo template non è per vanagloria. Un regalo che mi hanno fatto. Servirà a ricordare soprattutto a me stesso il mio lavoro, che considero duro e dignitoso, a cui vorrei dedicare più attenzione anche qui. Ringrazio i colleghi disegnatori Werner Maresta, per la grafica, e Antonio Marinetti per il bel ritratto.
Leggo che persino i colori, oggi, devono combattere per la libertà.
Forza Magenta, siamo tutti con te!

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mercoledì, 07 novembre 2007
Punti di luce

Insistono che dobbiamo avere paura, e specificano bene di cosa.
Vittorino Andreoli scrive che la famiglia è un sistema di economia bilanciata dei sentimenti.
Mi piace come definizione, applicabile su vasta scala.
Ecco la sensazione che arriva dai media: sbilanciamento. Il mio cervello fatica a mettere in fila i problemi, le immagini. Mi chiede: com'è possibile che avete arrestato il capo della mafia e invece di concentrare tutte le energie per darle il colpo di grazia, debellandola, parlate solo di rumeni? Non so rispondergli, davvero.
Ho sentito Roberto Saviano, la sua potenza analitica. Il mio cervello mi ha chiesto: ma perchè questo non diventa un consulente istituzionale della lotta alla camorra? Non ho saputo rispondergli.
A Lucca ho visto migliaia di Cosplay, ragazze e ragazzi vestiti da personaggi incredibili. Si confezionano i vestiti da soli, e mi colpisce sempre quanto si prendano sul serio. Quegli altri ragazzi fuori dalla questura di Palermo che brindavano all'arresto di Lo Piccolo, sorridendo alla speranza. E quei ragazzi di Perugia, col loro voodoo di sesso e un vissuto di plastica al sangue. Il blog di uno di loro, che diventa rosso se una tipa lo guarda. I commenti, da zero a duecento in pochi attimi.
Enzo Biagi, Liedholm, i vecchi che se ne vanno. La spilla del partigiano sul petto, mentre in parlamento si attacca Garibaldi. Paolini senza pubblicità, il Dr. House coi pannolini in faccia durante la vasectomia. C'è un mucchio di roba, davvero un cantiere aperto. Infatti Blob lavora benissimo, ultimamente.
Il mio cervello meno. Chiede
un sistema di economia bilanciata delle immagini. Ma non posso darglielo. Gli passo un libro che mi hanno regalato, che sembra non centrare niente e dice tutto.
Lo sappiamo, vecchio mio, il trucco è sempre quello. Solo sforzandosi di
mettere in fila le cose, in qualche modo amandole, alla fine si può gridarlo.

Io non ho paura.



Henning Kles, "Silberkugel"
foto mie




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venerdì, 02 novembre 2007
Dazed

Trentasette anni fa, tra sei ore e mezza, nasceva uno scorpioncino a cui sono - volente o nolente - piuttosto affezionato.

Vent'anni fa, invece, sei ragazzini cominciavano la loro avventura musicale. Era la fine degli Ottanta, un periodo in cui fare rock significava lasciarsi contaminare da tante cose, cementare affinità e sfidare un certo conformismo paninaro. Non potevamo lasciarci sfuggire l'occasione. Ci apprestavamo a suonare di fronte a duemila persone. Forse il vero rito di passaggio. Il titolo di "Dazed & Confused" dei Led Zeppelin ci sembrò un buon simbolo per i travagli della nostra tarda adolescenza.
Poi diventammo cinque, nel tempo forse meno "confused".

Ma "Dazed" sempre.

Per sempre.

Un abbraccio, compagni di viaggio.
A ritrovarci presto.


Hold on


The Ballad of R&H


Wolverine


Mask n'Poetry


Black Shine


Some People


The Rebel


The Big Fat Pachiderm


This is not a Party




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lunedì, 10 settembre 2007
Lavavetri, Grilli, Cicale

Una canzone può crescere nel tempo?

Chiudete gli occhi. Concentratevi bene sul testo.

Okay, vi aspetto... Ricominciate a leggere dopo averla ascoltata.


.


.


.


.


.


.


Eccoci. Ditemi, non avete sentito l'eco di qualcosa?

"Renato Curcio il carbonaro", le polemiche contro le dichiarazioni di Fanny Ardant a margine del Festival di Venezia. I polacchi ai semafori. Il ministro dei temporali, i tromboni, i Pinocchio. Quella piramide di Cheope che volle essere ricostruita. L'autocoscienza della piramide. Gli addetti alla nostalgia, il cadavere di Utopia. Quelli che hanno cantato per i longobardi e per i centralisti. I convertiti del Novanta, poi dispensati nel Novantuno.
I cantanti, i comici, le troie di regime.

"
Voi avete voci potenti
lingue allenate a battere il tamburo
voi avevate voci potenti
adatte per il vaffanculo".


Però, il Vaffanculo-Day io lo sento nei versi finali:
"mentre il cuore d'Italia
da Palermo ad Aosta
si gonfiava in un coro
di vibrante protesta"

Il coro che ne segue.

Ascoltatela bene, 'sta canzone sul cuore d'Italia. Tiratela fuori, quando serve. Tenetela sul comodino. Raccomandatevi a lei, devolvetele opere di bene.

È un miracolo laico.

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venerdì, 31 agosto 2007
Pitagora, Ippaso, tardo capitalismo, l'assessore Cioni, mutui e Pil-men

Pitagora ebbe tante intuizioni.
Pose il numero come principio primo della realtà. Tutto quello che esiste dipende da una trama numerica, fatta di aritmetica e geometria. Il "10" divenne l'emblema della perfezione, con la sua espressione grafica, chiamata tetraktys. E giù calcoli, studi, misure.
Una volta, passando vicino alla bottega di un falegname, sentì battere i martelli. Capì che il rumore variava a seconda del peso. Cominciò a fare studi sulla musica, scoprendone il segreto. Quella che Maupassant, secoli dopo, avrebbe definito "aria tradotta". Il segreto, ovviamente, era fisico-matematico.
Per i pitagorici la musica rifletteva l'armonia dell'interno universo, che consisteva nelle combinazioni dei quattro numeri semplici.
Che meraviglia.
Elaborò una filosofia così potente che arrivò a governare intere città, come
Crotone.
Peccato, che a un certo punto, la cosa prese una brutta piega.
Suggestionato dai raduni orfici, secondo lui i numeri potevano essere dominati esclusivamente da una setta di eletti, chiamati "Filosofi". Poi c'era un cerchia di "matematici", che potevano fare domande. Un manipolo di neofiti detti "acusmatici" (coloro che possono solo ascoltare). E, sotto, il popolo, che doveva solo credere al dogma. Roba da Tolkien. Passano gli anni, continuano i calcoli, ma da alcuni nodi non si esce. Gli unici accordi musicali permessi sono quelli basati sui numeri semplici. Gli accordi di quinta e di sesta sono vietati. La tetraktys, non basta più a spiegare tutto, ma diventa un confine invalicabile. Peraltro, con la tetraktys si ricava dal "10" una specie di triangolo. Che diventerà, non a caso, l'eterno simbolo della massoneria. Le tecniche di calcolo erano basate su elementi fisici ("calcolus"= sassolino.) e incapparono in quesiti irrisolvibili. Dato il lato di un quadrato non era possibile calcolare la diagonale in numeri primi. Ogni cosa può essere singolarmente misurata, ma il rapporto tra diverse grandezze non è sempre una quantità finita. Si affacciava una pericolosa minaccia: il numero irrazionale, l'incommensurabile. La setta lo capì, cercò di nascondere la destabilizzante verità, in grado di abbatterne il potere.
A un certo punto, il segreto fu divulgato da un traditore, un certo Ippaso di Metaponto. Le popolazioni schiacciate dal numero razionale pitagorico si ribellarono ovunque, abbattendo il dogma.


Ippaso da Metaponto, l'incommensurabile che ci libera dalla schiavitù del numero…

Non sembra, ma è il post più attuale che abbia mai scritto.

Che c'entra l'assessore Cioni coi numeri?

Boh.





opere di Wes Magyar

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lunedì, 02 luglio 2007
Sopratutto d'estate

Chi segue questo blog da un po' sa quanto io condivida quest'analisi di Mauro Gervasini su Carmilla. Sillaba dopo sillaba.
Anche senza avere visto il film.

E chi conosce a fondo internet non può che trovarsi d'accordo con le suggestioni che Gervasini evoca.
Sillaba dopo sillaba.

Anche senza avere visto il film.

E chi ha voglia di incendiarsi il cuore, non può che sperare di tornare ad avere una vera paura falsa. Perchè quando la falsa paura è vera, il futuro sfugge ai sensi.
Sillaba dopo sillaba.

Sì, l'orrore è anche questione linguistica.

Susanna Coffey, "Eris"




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martedì, 19 giugno 2007
L'erba dei vicini

Giorgio John Squarcia suona inquietante, nel contesto. Ieri ho seguito la docufiction sul caso di Erba, con tutti i pregiudizi possibili. Giorgio John Squarcia, però, ha confezionato un ottimo prodotto. La novelization da lui scritta e diretta mi è piaciuta, anche tanto. Chiaramente ha suscitato un vespaio. Potete leggerne qui.
La ridda dei commenti squarcia più di Giorgio John...

Ne trovate anche tre miei, tra cui questo:

"Sono arrivati i dati auditel.

La docufiction al 17, flop.
Matrix (con Azouz in studio) al 27, successone.

Il che significa che la professionalità della fiction non ha premiato. Il voyeur preferisce sempre l’originale.

Questo sì, dovrebbe farci riflettere.

Insieme alla “compressione” sociale a cui ci ha relegato questo tardo capitalismo decadente. Con chicche psicotiche come un commento sotto, sulla pena di morte. Stiamo entrando in quella fase in cui la collettività viene vissuta come infida nemica, e l’individuo vuole stare solo. Senza tasse, senza amici, senza futuro.

Solo, con la morte."



Helen Verhoven, "Carcrash"

 


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giovedì, 07 giugno 2007
Trash

Nel mio piccolo sono un fottuto talent-scout, direbbe Tarantino. Lui pesca a piene mani nell’immaginario dell’entertainment popolare, di ogni tempo e latitudine, riscoprendo un fascino perduto. Anch’io, tanti anni fa scoprii lui. Era un periodo che mi sparavo due film alla volta, con amici cinefagi. Entravo in un cinema e poi in un altro. Quella sera d’estate i titoli che c’ispiravano di più erano “Reservoir dogs - Le Jene” e “Cuba libre”. Tralascio il secondo, già da quella sera rimasi colpito dal primo. Era qualcosa di nuovo. Forse perché era qualcosa di vecchio. Insomma, una felice scoperta per le quattro persone sudaticce in sala. Anzi, ora che ci penso, due facevano dell’altro. Doppio film in una sera, come nei “grindhouse” americani, le sale a doppia proiezione. Ci si poteva trovare roba di kung-fu, o blaxpoitation, o inseguimenti d’auto con super-stuntman, o le super-amazzoni di Russ Meyer. Prendere gli elementi, mischiarli, ed ecco servita la pietanza. Il cuoco Tarantino analizza i generi con la pazienza dell’entomologo. Studia, seziona, rielabora. Ma quello che mi piace di lui è che ne rimette in scena la vitalità. Ormai conosce la grammatica talmente bene, da non doversi preoccupare troppo dello stile. O, per meglio dire, si spinge a tali livelli che lo stile diventa contenuto. E l’epica del film è un’epica “interna”, con il gioco delle citazioni e dei personaggi-macchietta che usano se stessi come icone, scartando all’improvviso di lato. Come se Willy Coyote raggiungesse all’improvviso Beep Beep e se lo divorasse. Ecco, questo succede. Gli piacciono i suoni della parole messicane, come al vecchio Peckinpah. Gode al suono dei “Burrito”, dei “Tacos”, di una “Piña Colada”. Non a caso Peckinpah spicca su una maglietta. “L’ultimo Buscadero”, c’è scritto. Il titolo italiano del film con Steve McQueen. In italiano, non l’originale. Diavolo d’un Quentin. E il primo quarto d’ora è una tempesta di parole, un’esondazione. Parole vacue di donne, tra sigarette, birre, sms. Horror vacui, direbbe chi parla bene. “La puta que te pario”, scriverebbe Quentin nel copione. Una nera ricciolona, una bionda, e “Butterfly”, una mora stile Angelina Jolie. Ecco il trittico di icone femminili che intriga il regista nella sua impostazione geometrica. Dittici, trittici. Sì, perché questo “Death Proof " che vedete al cinema è la prima parte di un dittico in stile grindhouse, la cui seconda parte – “Planet Terror” – è stata girata da Robert Rodriguez e uscirà tra un mese, usando come protagonista una delle ragazze di Tarantino.
Fiume di parole, nel profondo Texas. Fiume di parole grezze, con l’imprinting di una DJ chiamata “Jungle Julia”, che vive del suo personaggio. Tanto da sbraitare insieme alle amiche ogni volta che trova un cartellone con raffigurata se stessa. L’icona esulta di essere icona, triste per un sms deludente, felice per un sms speranzoso. Insomma, macchietta, okay. Ma anche realistica. Tipe del genere se ne vedono parecchie nei locali nostrani, o iconizzate in “Lucignolo” su Italia Uno. Jungle Julia e le strafatte. Jungle Julia che incastra Butterfly in una promessa di lap-dance. Fuori è posteggiata un Dodge Challenger nera, col teschio sul cofano. E “Stuntman Mike” è nel locale con la faccia sfregiata di Jena Plissken e seziona tutto e tutti, col suo gioco, d’icona e di parole. Punta il trittico, usa il barista – diavolo d’un Quentin – e le altre femmine in un gioco di sponda per arrivare alle femmine che l'interessano. Anche in lui non è si specchia la verità, ma la verosimiglianza. Che nell’eccesso diventa ironia. Lui cerca di mettere un timbro nell’horror vacui, col suo curriculum. Ha fatto la controfigura in mille telefilm, li snocciola a gran voce, tra un pezzo e l’altro del juke-box. Ma nessuno li ha visti. Forse, se qualcuno li avesse visti si sarebbe salvato. Non vi dico cosa succede dopo, fuori dal locale. Vi dico che c’è il botto improvviso, che Willy Coyote cattura Beep Beep e lo riduce a polpette, lasciandovi a bocca aperta. Le cose accadono, e basta. Liberatorie. Senza motivazioni psicologiche, nel gioco delle icone. Come se noi all’improvviso potessimo sparare al televisore mentre c’è “Lucignolo”, o “Verissimo”. La sensazione del botto è questa. Liberatoria. L’horror vacui, riempito da un “plenum” assordante. Siamo a bocca aperta, ma subito scoppiamo a ridere sui dialoghi stile Lansdale tra uno sceriffo texano e il suo figlio tonto che riflettono alla texana sull’accaduto, sotto i loro capelli texani a tesa larga.
Poi, ci si sposta in Teneesee, 14 mesi dopo. Perchè c’è la seconda parte del film. La metà del dittico è a sua volta divisa a metà. Quindi il dittico potrebbe essere un “quadrittico”, se anche Rodriguez ha fatto lo stesso con la sua pellicola. Quattro film in due, che sono uno. Fantastico. Comunque, ecco in scena il trittico femminile: nera ricciolona, bionda, mora. Con una piccola aggiunta poco importante. Questa seconda parte deve davvero tanto al Russ Meyer di “Vixen”. L’inversione a “U” del racconto è la stessa di cui vi ho parlato in un altro post. La geometria e l’impianto drammaturgico si ribaltano specularmente. La notte diventa giorno, stavolta saltiamo sui sedili di una Dodge Challenger bianca. Non rivelo nulla, dico solo che nel finale le donne in sala si sono messe ad esultare come allo stadio. Yayhhhhhh!
Grande Tarantino, in fase misogino-femminista, ormai troppo sopravvalutato e insieme troppo sottovalutato. Termoconvertitore del trash. Invecchiando, sei diventato anche un simpatico moralista. E qui, forse, hai confezionato il più “tarantiniano” di tutti i tuoi film.

Sorpresa. Anche questo post ha due storie, come nei grindhuose. E si ribalta geometricamente, tenendo come base il titolo.

Roberto Saviano l’ho incrociato una notte su Rai Due, restando colpito prima  dal volto. Poi dalle parole. Tutto molto autorevole. Scoprii che era un autore e mi appuntai il titolo. “Gomorra”. Lo andai a comprare subito. Ai tempi, il commesso doveva guardare sul computer, per tirarlo fuori da uno scaffale nascosto. L’invidia non è un sentimento che mi appartiene, ma farò un’eccezione. Invidio Saviano, la sua potenza, la sua intransigenza, il suo vivere la scrittura come elemento totale. Totalmente etico, totalmente intenso, totalmente avvincente, totalmente reale. Invidio la mia invidia per un ragazzo giovane, che mi spinge a comprare una rivista solo vedendo il suo nome in copertina. È il più grande, e a parecchie lunghezze da tutti gli altri. Non ho mai letto una sua frase concepita per compiacere. Uno potrebbe dire, che c’entra col "piacione" Tarantino? Che c’entra il trash?
C’entra, se teniamo buono il ribaltamento geometrico ma speculare a cui accennavo. Perché, paradossalmente, anche in lui lo stile è tutt’uno col contenuto. In una sua intervista cita Hemingway, che definiva lo stile come “grazia sotto pressione”. Una definizione meravigliosa. La grazia compressa di Saviano, ora, deve girare sotto scorta. Perché l’oggetto del suo stile è la denuncia sociale. Le sue doti di entomologo le usa per sezionare la cronaca e la storia recente della sua città, in un grido documentato che non lascia scampo. Un grido per il quale è difficile trovare il fiato. Si rischia di non avere né fiato né scampo.


Il “trash” c’entra perché sull’ultimo Espresso la sua grazia sotto pressione s’è occupata di spazzatura napoletana. Rivelandoci dettagli interessanti sul controllo camorristico del business e sul nord come cervello del polipo puzzolente. Quello stesso nord che è andato recentemente alle urne manifestando ribrezzo per le montagne di rifiuti di Napoli. Un nord cialtrone e ignorante. Dove Fabrizio Corona si affaccia al balcone, lancia le mutande, e trova i fans in strada pronti ad accapigliarsi per raccoglierle. E le telecamere di "Lucignolo".
Saviano mette il suo timbro nell’horror vacui, tornando a raccontare il paese. Ha fatto i nomi, ha raccontato gli intrecci perversi, li snocciola a gran voce, tra un pezzo e l’altro del juke-box Italia. Ma nessuno li ha visti. Forse, se qualcuno li avesse visti si sarebbe salvato.

Bene, bene, teniamo il cervello in funzione “grindhouse”.
Se continua così verrà il giorno di Willy Coyote, del botto.

Della grazia libera e incendiata.


Yayhhhhhh!


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martedì, 22 maggio 2007
De profundis, de generazione, sui generis

Ecco, ce l’hanno fatta.
C’erano segnali ovunque, da tempo.
So che quello che penso è indifendibile, come indifendibile è la situazione attuale. Ma qual è l’alternativa? Stamattina ho sentito un gruppo di giornalisti discettare dell’argomento col sorrisetto. La strategia parte da lontano, forse addirittura da un piano preciso che prese corpo da noi, e che aveva una dimensione internazionale. “Rinascita democratica”, si chiamava. Lo slogan mascherava l’idea opposta, quella di tornare a uno stato prenatale. Sì, ce l’hanno fatta. Il settanta per cento degli italiani detesta politici e sindacati. Erano i due obbiettivi centrali di quel piano. Il popolo su misura dei miliardari. È fatta.
Complimenti vivissimi.
Divinizzare la rinuncia, interrompere il senso evolutivo, la società che ritorna nel suo utero. Chiede sicurezza, protezione. Gioco. Una comunità di infanti, monetizzati e autoreferenziali. Bello.

La crisi della politica ha colpe, non basta appellarsi al momento storico che stiamo vivendo
a livello internazionale, di passaggio epocale. Il capitalismo occidentale è in fase decadente, schiacciato a tenaglia tra un arcaismo rivendicativo e l’avvento di nuovi inarrestabili capitalismi. E in questo impatto scricchiola il cuore profondo del nostro essere. Che stava nella complessità, nel sentirsi giovani in cammino. Magari sbagliato, ma cammino, con una sua poetica. La rabbia giovane, Terrence Malick. Oggi i trentenni sono vecchi. Sono situazionisti, tronisti, scorciatoisti. “Sturm und drang” è suono da Play-station. Rinunciano. Rinuncia alla delega, o troppa delega, rinuncia all’approfondimento. Rinuncia al profondo.

La partita sembra in mano ai vecchi e ai giovanissimi. Ma una generazione che rinuncia non può appellarsi al tema del ricambio.

Leggo dell’Africa. I suoi nuovi libri, i film, la musica. Jaime Bunda. L’esplodere dei generi. Io l’ho sempre pensata così: il cuore profondo di un popolo funziona quando l’Accademia pensa e il ventre produce generi. È il mio paradigma.

L’analista attento, però, dovrebbe cogliere un dettaglio di speranza anche da noi. Non già dal botteghino del cinema, coi film italici ai primi posti. Perché, ci vedo poco lavoro sui generi e molto sull’ombelichismo paratelevisivo. Volatile. Non già dalla letteratura, perché – con le dovute eccezioni – vedo o l'accademismo spinto o l'appiattirsi sullo scimmiottamento dei generi, con poco spessore, con poco profondo. La televisione, poi. Emblema, senza bisogno di spiegare perchè. "Endemol" suggerisce suggestioni, metafore su demoni e mollezze.

Il punto è un altro.
Mi stupiscono i testi delle canzoni. Sono sempre più belli e intriganti.
Dettagli, pennellate, frasi. Sarà stato Baudo, col suo ultimo Sanremo? No. Però, ieri notte l'ho incrociato a parlarsi con l'altro grande vecchio. Lui e Biagi mi hanno ricordato un vecchio numero di "Thor", il fumetto Marvel. Odino e Giove che si contemplano sopra le nuvole, mentre sotto sta per infuriare la battaglia finale. Guardarsi, capirsi, ammiccare. Unire in sè accademia e genere.
I vecchi, i giovanissimi.
Insomma, sono stupito da questo rinascimento della canzone italiana. In tutti i settori, anche uscendo dalla nicchia. Perfino Vasco, che ha scritto meglio questo mio post. Perfino Irene Grandi, che mi parla del profondo. C’è un profondo?

Sì, è sempre da lì che si rinasce democraticamente.
Basta non rimuoverlo.
Basta poco.

I vecchi, i giovanissimi.
Già...





Bo Bartlett, "The Art of Healing"
Andrea Pazienza

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venerdì, 04 maggio 2007
La veritĂ 

Dicono che il Primo Maggio è stato solo il monologo di un terrorista.
E che il 25 Aprile è stato solo vento di contestazione.
Ma io ho visto questo.


Ed ero in piazza con lui.


In Pace.


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